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SERA DI SAN VALENTINO


- 14 febbraio 2004 -




Lei chiuse gli occhi e rimase lì, immobile e muta, persa nel suono di quella voce tutta speciale che pronunciava le parole più belle che avesse mai udito in tutta la sua vita. Frasi di poesie che conosceva assumevano un incanto magico in quella lettura appassionata di pause e sospiri; come in una danza della voce con le parole. A tratti il discorso sembrava sospendersi per assumere toni lirici capaci di fermare il tempo e sospendere l'universo in un fremito del cuore che palpitava nella penombra della sala silenziosa. Un'immobilità  eterea che faceva smettere di respirare dominava gli animi dei presenti. Lei, da quel sogno ad occhi chiusi, era lì, con il sorriso più dolce che le labbra liberarono fino a riempirle il viso. Lasciava che le parole stregassero il suo cuore e lo pervadessero con la loro bellezza, dopo che i suoi occhi erano già  stati affascinati da una sensazione di estatica meraviglia.

Un urlo la risvegliò dall'incanto, facendola trasalire: dunque ricominciava la battaglia, non c'era pace neanche in quel momento.
Quella frase gelida, tagliente come una lama le si conficcò in mezzo al cuore e si morse le labbra per non far cadere neanche una lacrima per quella pungente ferita insanguinata. Non aveva paura, no: lo sapeva da tempo, l'avevano preparata per quel grande salto.
Non sapeva se fosse pronta per rischiare, non sapeva come sarebbe sopravvissuta d'ora in poi, ma non era spaventata, piuttosto provava curiosità  verso quel volo così alto che stava per essere spiccato. Strano, volare non le faceva più paura e mai avrebbe tarpato le ali a chi le aveva insegnato a fare il suo volo più bello: quello nell'immensa libertà  sconfinata di sereno. Quando quel momento sarebbe arrivato, lei si sarebbe messa da parte in un angolo e avrebbe spalancato i suoi grandi occhi, colmi di ammirazione e sarebbe rimasta lì a guardare nascere quel sogno nuovo. Poi avrebbe aspettato che il vento di primavera avesse rapito anche lei per farla volare in alto nell'azzurro del cielo, sopra le nuvole, più leggera dell'aria, trasparente come la sua anima e luminosa di una gioia allegra che avrebbe brillato nello sguardo.

Intanto le parole avevano ripreso a danzarle nel cuore.
Quelle parole lavavano via dai pensieri un terribile dolore che l'aveva trafitta nel profondo nei giorni precedenti, lacerandola nell'intimo. Lei aveva tremato di paura di fronte a quella domanda tremenda che le era stata gettata in faccia inaspettatamente: "Di nuovo questa storia?" - si era detta tra sé e sé - "Perché mai vengono tutti a chieder conto a me di ciò? Perché mai io dovrei saperne qualcosa"? Lei non aveva risposta a quella domanda.
Quell'interrogativo la divorava da mesi, per quanto si fosse sforzata ogni giorno di dimenticarlo, tornava sempre a ripiombarle nella testa ogni momento di vuoto e le velava gli occhi di un'ombra triste di malinconia che non sapeva spiegare.
Già  gli occhi! Gli occhi e il cuore venivano continuamente chiamati in causa dalle parole che le stavano, ora, risuonando nelle orecchie. Gli occhi e il cuore erano ammaliati e fatti prigionieri dalla rete fatata di quelle parole. E lei si lasciava volentieri imprigionare in quell'incantesimo, di cui condivideva l'essenza più profonda.

Le note di una musica dolce, che intonava per lei la sua immaginazione, facevano da sottofondo alla poesia che le dava colore al sorriso, fino alle lacrime di commozione sul nome di quell'autore che aveva amato.
Si svegliò con un foglio di giornale del giorno prima tra le mani. Una rabbia feroce verso se stessa e i suoi sogni inutili la invase. Maledisse la pioggia infernale che da quella sera non aveva smesso un attimo di battere e piangere. Era inutile credere di stare bene quando era inverno! Poi si ricordò delle parole, degli occhi e del cuore: dovevano bastarle e non erano poco, di questo ne era certa.
Allora lei chiuse di nuovo i suoi occhioni grandi, lasciò che una lacrima portasse via l'ultima goccia di dolore, l'assaggiò quando le si andò a posare sulla bocca e assaporò fino in fondo il suo sbaglio. Aprì gli occhi, guardò con tenerezza il foglio stropicciato di giornale che stringeva nella mano, cercò di renderlo nuovamente liscio e accennò un sorriso mentre leggeva distrattamente qualche riga di quella pagina. Prese il blocco degli appunti e una cassetta che erano rimasti lì, accanto a lei, per tutta la notte. Sfogliò qualche pagina: le parole, gli occhi, il cuore erano tutti lì e lì sarebbero rimasti per ogni volta che avrebbe avuto bisogno di rileggerli. Una dolce meraviglia infinita tornò a splendere nel suo sorriso.

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