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Si chiama Margaret la nave cementiera, lunga 85 metri, proveniente dalla Georgia, naufragata nel porto di La Spezia nella notte di venerdì 2 dicembre, alle 3:40. Il brutto tempo e le pessime condizioni del mare hanno provocato l’urto della nave sugli scogli del porto, causando una falla nello scafo, con conseguente fuoriuscita di gasolio e altri oli combustibili.
Ci vorranno almeno quattro o cinque mesi e due milioni di euro per il recupero e la messa in sicurezza della Margaret e del “Golfo dei Poeti”.
In un primo momento, tutti si erano affrettati a dire che non ci sarebbero stati danni, ma poi, piano piano, ha cominciato ad emergere l’entità reale dell’incidente e ad incombere il rischio di un disastro ambientale: la nave, infatti, è riversa su di un fianco contro il lato esterno della diga foranea, ha circa 85 mila litri di nafta pesante ancora nei suoi serbatoi, che potranno essere aspirati solo quando le condizioni meteorologiche lo consentiranno. La Margaret resta così una bomba ecologica che, nel caso si spezzasse e si rompessero i serbatoi, distruggerebbe l’ecosistema di una gran parte del levante ligure. Il pericolo di inquinamento del mare è enorme, nonostante le flotte del Ministero dell’ambiente si siano subito mobilitate per recuperare il carburante uscito; così come a rischio sono i numerosi allevamenti di mitili del golfo spezzino (i molluschi, infatti, sono molto sensibili alle condizioni dell’acqua), che forniscono la maggior parte del pesce consumato in Liguria, creando problemi anche a livello economico agli operatori del settore.
Dubbie risultano ancora le condizioni della nave georgiana, di certo si sa che era partita dal porto di Genova ed era diretta a Varna, in Bulgaria, ma date le condizioni burrascose del mare, il cargo ha fatto rotta su La Spezia, dove è affondato, urtando contro gli scogli.
Eppure, anche una vicenda come questa, che viene fatta passare dai mezzi d’informazione come marginale, non può non richiamare alla memoria gli altri casi in cui il “Golfo dei Poeti” è stato al centro dell’attenzione per la circolazione dal porto di La Spezia di navi sospette provenienti dai Paesi dell’Est e dirette nel continente africano, in particolare verso la fine degli anni ‘80. «Da quando la collina che domina il porto è stata deturpata a La Spezia, con molta amarezza lo chiamano il Golfo dei veleni. I veleni sono sepolti nella discarica di Pitelli, al centro di un'inchiesta che porta al grande malaffare dei rifiuti tossici. Monnezza connection, migliaia di miliardi, veleni e misteri.», scrive il giornalista Pino Scaccia, nel suo libro "La Torre di Babele".
La discarica di Pitelli, in cui ancora la città non sa cosa ci sia davvero e i cui veleni sono ormai sepolti dal fango, è stata sottoposta a sequestro giudiziario e restano i dubbi sulla bonifica - affidata per miliardi alla stessa persona che l’ha gestita, ma poi bloccata subito per mancanza di fondi - e sulla sua sicurezza. Sempre Pino Scaccia scrive «Fra i dubbi più allarmanti è che i veleni di Severo siano sepolti qui e anche quelli dell'Acna di Cengio, citata spesso nelle intercettazioni fra i tecnici. Tra i fusti ritrovati ci sarebbero documenti scritti in varie lingue europee, anche in cirillico. Dunque l'incubo nucleare. Nel gennaio 1990, un comandante della marina mercantile inglese segnalò a Greenpeace che il molo n°7 di La Spezia era ormai conosciuto in tutto il mondo come "the toxic berth", il molo dei veleni, punto di carico dei rifiuti tossici diretti verso l'Africa».
Dello stesso avviso è il giornalista Maurizio Maggiani del Secolo XIX che, in un articolo del dicembre 2004, scrive: «Il porto dei veleni, la centrale elettrica dei veleni, le discariche dei veleni. Sono state fatte leggi dello Stato appositamente per cercare i veleni i questa città. Il suo territorio è forse uno dei più indagati d'Europa, perché uno dei più appestati. Da decenni, e ancora non è chiaro, non si sa, non si dice, quanto, perché, chi. Una città che ha deciso di non sapere, una città che si mortifica nel suo stesso silenzio. Una città che da vent'anni ha un tasso eccezionale di casi di cancro al polmone e alla pleure e non sa bene il perché. E’ la città dal cui porto sono salpate un paio di dozzine di navi, tutte ora seppellite negli abissi mediterranei; e ancora non sa cosa abbiano lasciato qui, prima di salpare. È la città delle cave di amianto e delle discariche di amianto, la città dove il giudice incaricato di indagare è ora indagato perché sospettato di non aver indagato affatto. La città dove il sospetto che nessuno tra chi dovrebbe cercare di sapere e far sapere ha una qualche intenzione di assolvere al suo sacro mandato, non sarà mai altro che una quasi certezza. Una città assolta in eterno per insufficienza di prove, in eterno per questo condannata».
La costa a metà tra la Liguria e la Toscana è considerata un vero e proprio crocevia di rifiuti tossici e, molte delle navi dei veleni scomparse nel mediterraneo sono passate o addirittura partite da La Spezia. I rifiuti radioattivi provenienti dalla Russia passavano per la Bulgaria (stoccati in ex miniere), poi per i Balcani e, infine, per le aree dell’Africa Costiera (soprattutto Corno d’Africa).
Non esistono, tuttavia, divieti di balneazione nella zona, eccetto che nell’area della diga di La Spezia e Lerici (poco distante) è addirittura risultata bandiera blu! Oggi, sotto la discarica di Pitelli, è stata fatta una galleria che collega La Spezia a Lerici, per la quale non è mai stata fatta una valutazione sull’impatto ambientale.
Dai poeti ai veleni, dunque, o veleni inabissati in fondo al mare insieme alle navi che li portavano e ricoperti dall’oblio del tempo che passa, dai turisti spensierati che fanno bagno e dai mangiatori di frutti mare allevati lì, ma quali sostanze tossiche ci siano e in che quantità è ancora tutto da chiarire.
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