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GLI SCRUTATORI NON VOTANTI
11 maggio 2006




- Mio articolo pubblicato in WebMagazine -



Il risultato elettorale del 9 aprile, e quello che è accaduto durante la notte della sua diffusione, dovrebbe far riflettere sulla veridicità dei sondaggi e delle rappresentazioni del reale che ci offrono i media. Quello che si è verificato sembrerebbe dar ragione al comico Paolo Rossi: intervistato da RadioTre durante una sua partecipazione alla Fiera del Libro di Torino, ha affermato che esistono due realtà, una quotidiana vissuta dalle persone per strada, nei negozi, nelle case e una raccontata dalla televisione e dai giornali che è completamente inventata.

Per mesi e mesi vari istituti di sondaggi avevano dato un ampio vantaggio alla coalizione guidata da Romano Prodi alle elezioni politiche, vantaggio motivato dalla bocciatura da parte della gente della persona di Berlusconi che aveva catalizzato su di sé un’attenzione eccessiva, dalla ribellione alle promesse non mantenute dal governo di centrodestra e un margine di normale scontentezza che si ha alla fine di ogni legislatura. Tutti i giornali e i telegiornali, a parte i momenti di pura propaganda elettorale per i loro editori di riferimento, avevano preannunciato una vittoria del centrosinistra. Alla fine, però, questa vittoria è stata faticosamente strappata agli avversari per pochi voti, ma soprattutto grazie ai pasticci della legge elettorale proporzionale e la nuova maggioranza, così risicata, stenta a decollare.
Sulla causa di questi risultati così inaspettati se ne sono dette tante, ma il problema di base è uno solo e cioè che l’informazione (giornali, radio, tv, web) dovrebbe raccontare la realtà e non lo fa, ma se ne crea una finta.
Questo accade per tanti motivi, il più evidente è quello che la politica considera l’informazione uno strumento di propaganda e cerca di piegarla alle sue esigenze. Marco Travaglio, ospite a Parla con me, lamentava che i giornalisti dei telegiornali, oggi, si limitano a raccogliere e riportare dichiarazioni dei vari esponenti politici, diventandone il megafono, mentre invece dovrebbero raccontare i fatti che accadono: le parole degli onorevoli sono un commento agli eventi del giorno, non sono l’avvenimento. Il racconto di un evento deve essere fatto da un cronista nel modo più obiettivo possibile e obiettività non significa neutralità, ma vuol dire aderenza alla realtà, a cosa è successo davvero. La politica va raccontata come si raccontano (o si dovrebbero raccontare) gli altri fatti della vita. Oggi - lo diceva anche il Cardinale di Milano Tettamanzi, durante l’incontro con i giornalisti in occasione della festa di S. Francesco di Sales – i telegiornali sono diventati la fiera delle opinioni e, in particolare, la pagina politica è un accostamento di dichiarazioni-commento e non c’è nessuno che racconta i fatti. I quotidiani non sono da meno, perché le pagine sono sempre più piene di editorialisti e commentatori vari che manifestano il loro personale punto di vista e lo spacciano per una visione oggettiva e condivisa dei fatti, mentre così non è.

Politica a parte, c’è un problema più vasto che incide sul racconto della realtà ed è quello dell’autoreferenzialità: televisioni e giornali sembrano sempre di più parlare solo di se stessi e con se stessi. Per notarlo basta accendere la televisione la domenica pomeriggio: nella Domenica In di Raiuno, lo spazio del dibattito gestito da Massimo Giletti è dedicato esclusivamente a discutere del fatto più clamoroso accaduto nei salotti televisivi durante la settimana; a Buona Domenica, su Canale 5, sono protagonisti personaggi e storie create dai reality guidati dalla squadra Costanzo-De Filippi e su Raitre, a Quelli che il calcio, le partite fanno solo da contorno ai vari divi sbarcati dall’Isola dei Famosi piuttosto che da Music Farm... E’ evidente che in tutto questo la vita quotidiana della gente, i suoi interessi concreti, le sue passioni reali non si vedono per nulla.

Sui quotidiani il dibattito è di livello un po’ più alto, ma la sostanza non cambia, perché a parlare tra loro sono politici, intellettuali, giornalisti, esperti di qualcosa e gli argomenti di riflessione sono gli ideali, la filosofia della vita, l’etica politica o economica e tutta una serie di problematiche molto affascinanti e importanti, a cui sarebbe bene che tutti si interessassero, ma che non riguardano direttamente la vita delle persone, che ha esigenze e pensieri molto più semplici e concreti (ne ha dato un chiaro esempio Roberto Vecchioni ospite a Che tempo che fa quando, rispondendo ad una domanda di Fabio Fazio, a detto: «Cosa deve dire di cultura un professore se oggi si vota solo chi promette meno tasse») e così il distacco tra reale e virtuale continua. Il prodotto più eclatante di questo divario lo abbiamo sicuramente visto con la diffusione dei risultati elettorali. Eppure basterebbe che i giornalisti e gli operatori della comunicazione tornassero ad immergersi nella vita vera, invece di immaginarsela o di inventarsela secondo le proprie inclinazioni. La sensazione è che, in molte situazioni, questi soggetti si siano comportati un po’ come “lo scrutatore non votante” cantato da Samuele Bersani: «Lo scrutatore non votante è come un sasso che non rotola, prepara un viaggio ma non parte, pulisce casa ma non ospita, conosce i nomi delle piante che taglia con la sega elettrica».

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