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LA RESPONSABILITA' DEI GIORNALISTI
4 aprile 2006




- Mio articolo pubblicato in WebMagazine -



Fare il giornalista implica un’enorme responsabilità. Oggi c’è la tendenza a pensare che gli operatori dell’informazione siano dei semplici annunciatori bellocci, come quelli che vediamo nei telegiornali, e che tutti siano capaci di leggere qualche notizia. In realtà, anche quella semplice operazione del leggere implica delle responsabilità grandi, perché ciò che viene letto non sono messaggi qualsiasi ma notizie importanti che, in qualche modo, finiscono sempre per incidere sulla nostra vita, soprattutto quelle date dalla televisione. Un ultimo drammatico esempio lo abbiamo visto nelle sere scorse, quando è stato dato l’annuncio della morte del piccolo Tommaso Onofri e i familiari hanno dichiarato di aver saputo della fine del loro bambino proprio dalla televisione e non dagli inquirenti che stavano seguendo il caso e che, invece, avrebbero dovuto informarli.
Ecco che allora la notizia assume un valore enorme e le parole con cui va data devono essere calibrate, soprattutto in casi come questo, che già hanno intrinseca una forte carica emotiva. Purtroppo i giornalisti–comunicatori di informazione, in queste situazioni, rischiano di farsi sfuggire la situazione di mano. I fattori che influiscono in simili momenti sono molti: ci sono esigenze prettamente giornalistiche che rispondono alla voglia di fare scoop, di arrivare per primi, che spesso portano a caricare la notizia di un pathos ansiogeno eccessivo, di urlarla in modo spropositato, facendola arrivare con la forza di un pugno; e ci sono altre esigenze di natura più umana, di sensibilità, pudore, rispetto per le persone coinvolte nei fatti che dovrebbero smorzare la freddezza cinica in favore di toni più miti e proporzionati all’argomento delicato da trattare. Troppo spesso la logica giornalistica-ansiogena prevale su quella umana e così qualche telegiornale, nella fretta di arrivare per primo, ha urlato la notizia della morte del piccolo Tommy allo stesso modo in cui si urlerebbe per un risultato di calcio. Viene da rabbrividire a pensare al modo in cui quello “scoop” sia rimbalzato all’improvviso nelle case di milioni di italiani, compresa quella della famiglia di Tommaso. Ci sono casi – anche drammatici - in cui urlare, magari per fare una denuncia efficace, può essere utile; ci sono altre situazioni, invece, in cui sarebbe meglio usare altri toni. I giornalisti dovrebbero avere più sensibilità nell’annunciare certe notizie, anche se è vero che la forma non cambia la drammatica sostanza dei fatti. Il giornalismo non è fare scoop; è passione, ricerca, ma soprattutto è responsabilità. La responsabilità di questo mestiere sta nella scelta dei fatti da raccontare tra i tanti a disposizione, di mediare, quindi, tra il mare di news e le persone che le ricevono, vagliando le informazioni attendibili e importanti da quelle che non lo sono, e anche nella scelta della forma con cui comunicare queste notizie.

A maggior ragione questo discorso vale per il giornalismo televisivo. Le televisioni arrivano sul luogo degli eventi molto spesso prima di tutti gli altri e, nella maggior parte dei casi, esse costituiscono l’unico punto di contatto tra le zone del fatto da raccontare e il resto del mondo: i cronisti si fanno portavoce dei sentimenti delle persone colpite dalle catastrofi, delle loro richieste d’aiuto e, sovente, anche delle denunce.

I telegiornali trasmettono prevalentemente cattive notizie e le immagini degli eventi in diretta, mentre accadono, accrescono il loro impatto sui telespettatori; il problema è il modo in cui queste informazioni vengono gestite.
Le immagini, in particolare, non hanno lingua, arrivano a tutti e assumono il valore di testimonianza di quanto accaduto, sono una finestra sugli eventi. In una cultura dominata dallo shock, anche l’immagine deve rientrare in questo contesto. Il giornalista David Sassoli, in una conferenza, ha sottolineato la potenza del mezzo televisivo nel «far vedere le facce degli uomini: guardare un volto influisce sulla formazione di una propria idea, molto più che ascoltare tante parole». Tornando al caso del piccolo Tommaso, tutti gli spettatori si sono fatti delle opinioni sul conto di Paolo Onofri semplicemente perché avevano visto il suo volto in un certo modo dalle immagini televisive, ma non è detto che quelle impressioni corrispondano a verità.

L’imperativo dei telegiornali è diventato sempre di più “mettere il sangue in prima pagina” e di fronte a ciò si reagisce con compassione, indignazione, curiosità. L’idea di fondo è che la gente voglia il pathos, voglia piangere; in realtà non sempre è così. La televisione ha la capacità “brechtiana” di alienare lo spettatore dalla sua realtà allo schermo e di suggerirgli un desiderio reale di presenza e partecipazione. Il giornalista Furio Colombo, nel libro “Rabbia e televisione”, sostiene che la televisione, anche quando sia mobilitata al meglio della sua funzione giornalistica, produce un modello di spettacolo antico, ben noto e radicato negli spettatori: la tragedia, intesa come «il dramma della speranza e quello della lotta contro il male». Con il caso del piccolo Tommaso, questo lo abbiamo visto bene: l’indignazione e l’orrore per il barbaro assassinio del bambino e la rabbia feroce verso i suoi carnefici hanno scosso l’Italia intera, ne restano testimonianze nei messaggi sparsi per il web, sui siti dedicati al caso e quelli di tutti i quotidiani. E’ il mondo alla rovescia, un’atrocità incompatibile con la civiltà umana, un orrore che macchia di vergogna gli assassini e la società tutta perché ha prodotto simili mostri: è questo ciò che è sembrato all’opinione pubblica l’omicidio di Tommy e sarebbe stato percepito ugualmente così, anche se l’annuncio fosse entrato nelle nostre case in modo un po’ meno urlato di come certi notiziari, nelle prime ore di diffusione della notizia, lo hanno comunicato.

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