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L’era del digitale si avvicina e ognuno vi si adegua come può: Mediaset fa pubblicità al nuovo decoder e ridefinisce i propri loghi, contornandoli di scintillanti aureole luccicose (come quella che porta in testa il suo fondatore S. Silvio da Arcore).
E la Rai? Anche la Rai si prepara a modo suo all’avvento del digitale, con la spersonalizzazione, cominciata dalle nuove “signorine buonasera” giovanissime e dai volti anonimi, per arrivare al telegiornale.
La televisione digitale – per chi ancora non ha avuto la possibilità di vederla – si basa su canali tematici, con immagini ad alta definizione e programmi replicati più volte nell’arco della giornata. Nel caso dei telegiornali, i canali non stop news trasmettono notiziari in continuazione, con una rotazione continua dei giornalisti in video. La tv digitale è giocata sui temi, sull’interattività degli utenti e non sulle personalità di chi vi lavora, che spesso sono dei volti anonimi, visti una volta per caso e non ritrovabili il giorno dopo.
La televisione analogica, invece vuole essere generalista, cioè vuole rivolgersi ad un pubblico che sia il più ampio possibile e per attrarlo gioca moltissimo sulla personalizzazione: la gente vuole vedere le facce note, quelle ama e di quelle si fida. Nel caso del telegiornale, è il volto del conduttore a dargli uno stile, un'identità, ma soprattutto una credibilità e queste caratteristiche si costruiscono nel tempo: il pubblico segue il conduttore che conosce, perché nel corso dei mesi, sera per sera, ha imparato a distinguere i suoi connotati professionali.
Ma il mondo va verso il digitale e la Rai, analogica, si adegua spersonalizzando le reti generaliste come se fossero canali satellitari. A compiere l’ardua impresa di modernizzazione sarà proprio lui: il grande mistificatore C. J. Mimun.
L’eroico Mimun è stato inviato dal suo patrono S. Silvio da Arcore, al Tg1, con un piano ben preciso: distruggerlo. L’inclemente Mimun ha davvero tentato tutte le mistificazioni possibili, ma non c’è stato niente da fare: il Tg1 resta sempre il telegiornale più guardato dagli italiani, fa parte della storia della televisione, è nato con essa e i suoi conduttori sono diventate delle icone che la gente sa a memoria e guarda con piacere. Già i conduttori… Mimun non è nuovo ai tentativi di spersonalizzazione: negli anni in cui diresse il Tg2 mandò in video un numero spropositato di giornalisti, provocando una voragine negli ascolti, ma lì c’erano anche altri problemi, primo fra tutti la collocazione oraria. Mimun ha così deciso di riprovare la sua mossa per colpire e affondare il telegiornale che dirige e per Natale ci regalerà delle epurazioni in piena regola.
Nella lista di proscrizione – scritta dal direttore del Tg1 su rivelazione diretta da S. Silvio da Arcore – ci sono i mezzibusti di sinistra.
Il progetto di Mimun prevede l’inserimento di altri giornalisti nella conduzione del telegiornale - tra cui i devotissimi di S. Silvio, Attilio Romita (ex conduttore del Tg2, ufficialmente già presente in orario di lavoro al Tg1) e Susanna Petruni - fino ad arrivare a sei rotazioni nelle fasce orarie principali. In pratica rivedremmo lo stesso volto una settimana ogni due mesi, che in alcuni casi è anche positivo, anzi diciamo pure che certi soggetti faremmo volentieri a meno di guardarli; ma tutto ciò va comunque ad incidere negativamente sulla credibilità della testata – già pesantemente messa in discussione per le gravi mistificazioni avvenute - in quanto la televisione analogica e generalista si basa proprio sulla forte personalità delle persone che vi lavorano.
Che Mimun se ne renda conto o no, non si può gestire un telegiornale che va in onda su una rete generalista, allo stesso modo di quelli trasmessi dai canali satellitari.
Mimun sta facendo tutto il più silenziosamente possibile, perché destare un polverone anche su questa faccenda gli può costare parecchio. A rompere le uova nel paniere ci hanno provato i mezzibusti del Tg1 (Gruber, Busi, Sassoli, Di Giannantonio, Ferrario, Giorgino), inviando una lettera di protesta contro il loro direttore a Lucia Annunziata ed ai principali quotidiani italiani. Il risultato è che sono apparsi sulle pagine dei giornali, titolini ironici del tipo “Lesa beltà” (Il Tempo di Roma) e simili, in cui venivano derisi i mezzibusti e accusati di essere impegnati in una battaglia per la difesa della loro immagine, più che della loro professione. E anche se fosse? La loro professione non si basa forse sull’immagine? Come mai quando il Tg1 è condotto dalla Gruber o da Sassoli lo share arriva al 33% (media dei dati Auditel di ottobre 2003) e quando lo conduce uno sconosciuto si abbassa vertiginosamente? Il telegiornale si guarda, mentre i quotidiani si leggono.
La gente che guarda il telegiornale, guarda anche la faccia di chi lo conduce e sceglie anche influenzata dall’immagine cosa preferire.
In una televisione anonima come quella digitale, la difesa del ruolo professionale del conduttore avrebbe ben poco senso, ma in una tv generalista, questa è una funzione chiave dell’informazione e chi la svolge ha tutto il diritto di far valere le proprie ragioni.
Le persone che hanno letto quei titolini di giornale forse si saranno fatte due risate, ma è da ipocriti perché poi sono loro che la sera fanno salire o scendere lo share decidendo a quale faccia affidarsi nell’ascolto delle notizie.
Intanto, mentre attendiamo la divina provvidenza della mano di Ciampi sulla legge Gasparri, sarebbe bene che l’opinione pubblica si mobilitasse anche per le facce che guarda ogni sera, perché non ci siano altri “Biagi, Santoro e Luttazzi – aggiungo Guzzanti- ” a cui dover rinunciare.
Non si può lasciare cadere il silenzio sulla faccenda, non parlarne vuol dire lasciare agire il direttore del Tg1 e permettergli di compiere le sue epurazioni. Non c’è rispetto per chi è politicamente più vicino alla sinistra, ma vuole svolgere la propria professione liberamente e – nel caso del giornalismo è fondamentale – in totale indipendenza e autonomia dal potere.
Serve che i giornalisti parlino direttamente alla gente, dalle aule delle Università, dalle sale dei convegni e volendo anche dalle piazze (anche se la loro presenza in piazza di questi tempi, rischierebbe di farli apparire come schierati politicamente e potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio e pericolosamente compromettente per il loro futuro professionale). Le gente è attratta dall’immagine nota dei mezzibusti e li starà a sentire – lo abbiamo visto in campagna elettorale quanto è stato grande il potere delle immagini e della televisione – poi deciderà se appoggiarli o no (di solito appoggia), ma le loro voci devono essere diffuse. È assolutamente necessario parlare alle persone, raggiungerle fuori dal teleschermo, perché ormai è chiaro a tutti che in video c’è una sorta di bavaglio che impedisce di aprire bocca per dire la verità sulle cose che contano.
È anche ora di finirla di volere male alla Rai: da troppi anni va di moda la demozzazione della televisione pubblica, mentre sarebbe stato più opportuno cercare soluzioni per migliorarla e gli elogi della squallida Mediaset che non fa altro che sformarci Grandi Fratelli e promettenti giovani artisti che non sanno nemmeno cosa sia l’arte. La demonizzazione della Rai ha permesso che qualcuno potesse portare avanti anche un progetto di legge terrificante come quello della Gasparri.
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