
HORROR PICTURE SHOW
L’iconografia del dolore negli ultimi anni ha cambiato aspetto: se una volta si vedeva solo qualche fotografia sfocata nei particolari macabri rubata contro la volontà dei parenti delle vittime, oggi sono i familiari più vicini ai defunti a offrire loro immagini e dettagli di ogni tipo.
Il gusto della pornografia (nel senso letterale del termine, cioè trattazione esplicita) è diventato dominante in tutti i settori, fino all’eccesso di rappresentazione di ogni dettaglio, anche quelli più insignificanti e inutili: tutto deve essere messo in mostra, tutto deve essere evidenziato fino al limite dell’indecenza, fino alla noia (perché, dopo un po’, si sa, il “troppo” stanca). |
 A farla da padrone sui mezzi di comunicazione - siano essi giornali o tv - è la tipologia del reality: un genere nato, a metà tra il gioco e l’analisi, per studiare il comportamento di persone più o meno comuni costrette a vivere per un certo periodo sotto gli occhi di tutti e diventato pura curiosità morbosa di mettere a nudo ogni cosa e caricarne i particolari trash in modo esagerato, soprattutto quando non c’è più nulla di realmente importante da far vedere. Questo era un genere televisivo inaugurato in Italia con il Grande Fratello, che poi ha trovato ampio spazio nel gossip (il caso recente più eclatante è senza dubbio la telenovela Albano-Lecciso che ha trionfato sulle pagine delle riviste, non solo quelle scandalistiche, e nei programmi televisivi, dai più leggeri come La vita in diretta a quelli che nell’immaginario collettivo figurano come più seri, come Porta a Porta) e negli ultimi tempi sembra aver contagiato anche la cronaca nera. |
 Ad inaugurare questa macabra tendenza è stato il caso di Cogne, con i coniugi Lorenzi che, se a parole dicevano di respingere la stampa, in realtà sono stati ospiti in tutte le trasmissioni televisive mentre il loro noto avvocato rilasciava dichiarazioni volte ad attirare l’attenzione e, nello studio di Bruno Vespa, i periti analizzavano il plastico della villetta e le possibili varianti dell’omicidio del piccolo Samuele, in un gioco al rilancio che portava ad un crescendo di tensione e di concentrazione ogni volta su un particolare diverso della stessa storia, forse nel tentativo di manipolare l’opinione pubblica da parte dei protagonisti stessi, perché fosse almeno il pubblico ad assolvere Annamaria Franzoni se non poteva farlo la magistratura. Del resto, maggiore è il pathos suscitato dall’evento nei telespettatori, più alta sarà la risposta di essi e, infatti, il pubblico ha risposto all’appello ed è accorso numeroso al processo della mamma di Cogne; sono nati addirittura dei comitati in suo sostegno, mentre i giornalisti si schieravano sempre di più contro di lei.
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 Sia chiaro, la propensione a “sbattere il mostro in prima pagina” e a “far vedere il sangue”, nel giornalismo c’è sempre stata, così come la propensione al voyeurismo sadico da parte del pubblico. Le immagini dei fotografi reclutate dal giornalismo hanno sempre cercato di impressionare, di fermare l’attenzione, di sorprendere, di sbigottire, tanto più negli ultimi anni, in cui la televisione ha dominato il panorama dei media e ha incentivato una cultura dello shock. In televisione, le immagini hanno assunto il valore di testimonianza di quanto accaduto: un evento viene considerato vero solo se lo si fa vedere. Eppure la sensazione è che oggi il “voler vedere” prevalga nettamente sul “voler capire” e ogni situazione rappresentata sia diventata oggetto di un “guardare distrattamente” in una fame di notizie sempre nuove, senza riuscire a comprendere tutto ciò che viene immagazzinato: «La sovraquantità informativa ci fa sentire sempre in debito di informazioni: crediamo di dover sapere di più e ci sentiamo sotto- informati. […] L’eccesso quantitativo, la poca chiarezza e la velocità d’arrivo dei dati non solo non ci fa sentire informati, ma ci fa anche credere di avere un ulteriore bisogno di dati nuovi. Oggi solo chi ha un forte spirito critico riesce a filtrare la massa di dati che ci viene incontro e estrarre quello che davvero può essere utile», sostiene Richard Saul Wurman, grande esperto di mass media, docente al Massachusetts Institute of Technology di Boston.
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Un altro caso del genere si è verificato con l’omicidio del piccolo Tommaso Onofri, in cui si è aggiunto anche un dettaglio in più alle troppe dichiarazioni fuori luogo rilasciate dai familiari con un disincanto così gelido da far rabbrividire: la famiglia ha fatto stampare centinaia di fotografie del bambino ucciso da distribuire alle numerose persone accorse ai funerali (seguiti in diretta dalla Rai). Un gesto fatto per ringraziare la gente di tanta partecipazione, un modo per sublimare il proprio dolore condividendolo con tante persone. Certo il dolore ha forme diverse per ciascuno di noi (lo ha illustrato bene Nanni Moretti in “La stanza del figlio”) e le tragedie collettive generano tra i sopravvissuti una grande forza che aiuta al superamento di esse, ma è quanto mai anomalo che un bambino - seppur la sua drammatica fine abbia sconvolto e indignato l’intero Paese - venga rappresentato in migliaia di immaginette al pari dei “santini” e la televisione scelga di trasmetterne in diretta i funerali, anche se il desiderio di partecipazione degli italiani era alto.
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Ultimo episodio di questa macabra rassegna della morte l’ha data Il Gazzettino, mettendo in prima pagina l’ha fotografia del bambino mai nato di Jennifer Zacconi, la ventenne uccisa dal suo amante pochi giorni prima del parto. Una fotografia dal sapore dolce-amaro - consegnata al giornale dalla famiglia di Jennifer - in cui si vede il viso del bambino e sopra il titolo “Il volto dell’angioletto”. Il direttore Luigi Bacciali ne giustifica la pubblicazione come «miglior inno alla vita contro la cultura della morte», il padre della ragazza uccisa ha precisato di aver mandato la foto per mostrare a tutti che anche quello è un omicidio (l’assassino non è accusato di duplice omicidio) e intanto quella vicenda così tragica e straziante è diventata una pubblica contesa tra i sostenitori del “Movimento per la vita” che si battono per i diritti dei nascituri non ancora nati e i contrari. «Decenza vorrebbe che il dolore dei parenti rimanesse fuori da ogni forma di speculazione. Nel momento in cui tutto entra nel tritacarne mediatico, persino i connotati della sofferenza vengono stravolti e l’informazione che partecipa a questo gioco e lucra visibilità e notorietà, non fa altro che delegittimarsi, perché non produce conoscenza ma agisce in base a “motivazioni commerciali mascherate dall’ideologia della cultura della vita”. Che ciò avvenga in modo consapevole o inconsapevole non fa poi molta differenza», scrive il sito Articolo21.
Già, perché la realtà è molto più bassa dell’inno alla vita: i giornali sono dominati dalla logica del profitto, come tutte le altre aziende, e uno scoop fa sempre vendere qualche copia in più, perché rifiutarlo quando viene servito su un piatto d’argento, come in questo caso?
La famiglia Zacconi, invece, probabilmente è mossa da sentimenti ben più umani e contingenti: primo fra tutti il dolore per una morte così atroce e poi la rabbia feroce che fa desiderare giustizia e forse anche vendetta, come aveva urlato persino lo show-man Fiorello dai microfoni di Radiodue, dicendo «Se fossi il papà di Jennifer, aspetterei l’assassino. Tanto quello lo fanno uscire, un avvocato che parla di infermità mentale lo trova. Altro che giustizia divina, se fossi il padre non mi darei pace, darei all'assassino l'ergastolo o gli direi: “devi morire”», incurante del fatto che un personaggio pubblico dovrebbe prestare più attenzione all’uso che fa del megafono che ha a disposizione, anche se quello che sta raccontando è umanamente sentito da tutti.
Quello che è stato fatto è un uso privato dell’informazione pubblica, che in questo caso non informa di niente, ma si presta al gioco del dolore e dà voce ad una protesta privata. La violenza di quanto accaduto a Jennifer è stata tale che la famiglia ha cercato un modo per esternare la sua indignazione, la sua sofferenza, il suo grido di dolore, cercando una partecipazione collettiva nel modo più ovvio in cui lo si fa oggi (cioè parlando con i media), senza calcolarne le conseguenze.
Quella foto di quell’angioletto è lì per essere sbattuta in faccia all’assassino, che prima - dopo aver giocato con i sentimenti e il corpo della giovane mamma - ha rifiutato di riconoscerlo come suo figlio e poi, per evitare di doverlo mantenere economicamente, l’ha ucciso, ed è lì per fare da monito agli avvocati che si incaricheranno della difesa di quell’uomo e ai giudici che dovranno deciderne la pena.
In quella foto messa in prima pagina non c’è alcun inno alla vita, ma c’è la richiesta forte e chiara di una condanna sicura e, il fatto che ci sia bisogno di evidenziare una tale è richiesta, mette in luce la scarsa fiducia nella magistratura (del resto anche l’assassino di Tommaso Onofri avrebbe già dovuto stare in galera da molto tempo e invece era a piede libero). Lo stesso Paolo Onofri, all’indomani della diffusione della notizia della morte del figlio, aveva dichiarato: «Speriamo almeno che serva a scuotere le coscienze».
Le famiglie delle vittime, dunque, sembrano aver accantonato il dolore privato ed essersi adeguate ad un mondo che scorre troppo velocemente, ingurgitando tutto senza dare il tempo di riflettere sulle cose, per passare immediatamente alla richiesta di un risarcimento (che di solito è un passo che si compie un po’ dopo la morte e non nell’immediata certezza di essa, se non addirittura prima).
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 Il rischio vero è che questa proliferazione di immagini di morte, anziché turbare l’opinione pubblica e farla riflettere, finisca per produrre assuefazione e portare all’indifferenza, che è il sentimento peggiore che si possa provare di fronte al termine della vita, perché se nemmeno questo fa più impressione, non c’è limite al baratro in cui l’umanità è capace di scavare. Di fronte alla morte bisognerebbe fare un passo indietro, ultimamente ne sono stati fatti molti in avanti.
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