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19 luglio 2006




- Mio articolo pubblicato in WebMagazine -



«Non sempre è stupro un rapporto iniziato con l'assenso di entrambi i partner ma non interrotto su richiesta di uno dei due». Così ha stabilito la Suprema Corte annullando la condanna a quattro anni per un ventiseienne di Latina accusato di violenza aggravata e continuata nei confronti di una ragazza che, all’epoca dei fatti aveva sedici anni e, alla sua prima volta, aveva chiesto inutilmente all’allora fidanzatino di fermarsi. Per la Corte di Cassazione, infatti, non sussiste la violenza nel caso in cui il ragazzo «non abbia percepito il dissenso della partner».

Le sentenze emesse dai tribunali in materia di violenza sessuale hanno spesso fatto discutere.
Risale al 1999 il «caso dei jeans», in cui i magistrati avevano annullato la condanna a due anni e dieci mesi contro un quarantacinquenne istruttore di guida, portato in tribunale da una sua allieva di diciotto anni, stabilendo che nel caso di una donna che indossa i jeans e viene violentata, non si può parlare di stupro, ma il rapporto diventa «consenziente», perché è un «dato di comune esperienza che questo tipo di pantaloni non si possono sfilare nemmeno in parte, senza la fattiva collaborazione di chi li porta». La sentenza aveva suscitato anche lo "sciopero della gonna" da parte di alcune parlamentari che si erano presentate in jeans a Montecitorio per protestare contro questa decisione.
Poi, nel maggio scorso, la Corte d'appello di Cagliari ha ridotto la pena a un uomo accusato di aver violentato la moglie, con la motivazione che se la violenza sessuale viene compiuta fra le mura domestiche può essere considerata "lieve": ovvero se a violentare una donna è il marito, il danno psicologico è ritenuto meno grave, che se lo avesse fatto un estraneo.
Infine, poche settimane fa, la terza sezione ha accolto il ricorso di un allevatore di quarantuno anni, ex tossicodipendente, che violentò e minacciò la figlia della sua convivente di quattordici anni, sostenendo che la ragazza non era più vergine e «già a partire dai tredici anni aveva avuto numerosi rapporti sessuali con uomini di ogni età, così che è lecito ritenere che già al momento dell'incontro con l'imputato la sua personalità dal punto di vista sessuale fosse molto più sviluppata di quanto ci si può normalmente aspettare da una ragazza della sua età» e, conseguentemente, a livello psicologico, i danni si presentano in misura minore.

Sentenze che fanno riflettere, soprattutto se si pensa che la maggior parte degli abusi avviene proprio nell'ambito familiare.
Eppure la Legge 66 del 15 febbraio 1996 (legge che ha finalmente trasformato lo stupro in reato contro la persona, e non contro la morale) parla chiaro: «Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni».

Viene spontaneo notare che la Suprema Corte è composta solo da uomini.
Ci sono poi dei retaggi culturali legati al maschilismo, le donne che in qualche modo (con un vestito o un atteggiamento) “provocano” il desiderio da cui scaturisce la violenza, fino al più complesso discorso del “consenso”: “ci stava” la ragazza che si è tolta jeans, così come “ci stava” la quattordicenne non più vergine che per paura di essere contagiata da malattie ha chiesto almeno un rapporto orale anziché completo e “ci stava” la sedicenne innamorata del suo ragazzo che poi, però, ha cambiato idea.

La verità è che queste ragazze non avrebbero voluto starci per niente. Forse la paura ha impedito loro di opporsi maggiormente, forse il disagio psicologico di trovarsi in una situazione del genere, forse l’amore per un compagno che non sa vedere oltre la soddisfazione dei suoi istinti fisici; o forse hanno provato a opporsi con tutte le loro forze ma non ci sono riuscite lo stesso. Così oltre al danno, al dolore per l’umiliazione subita, alla vergogna per il dover rendere tutto pubblico con una denuncia, c’è anche la beffa di una sentenza che le trasforma da vittime in soggetti attivi e consenzienti.
Uno stupro è uno stupro: lo è per una ragazzina, come lo è per un’adulta o una prostituta abituata ad avere rapporti a pagamento.

Oggi il problema maggiore sembrano essere proprio il concetto di “consenso”: il fidanzato che non sente il dovere di fermarsi perché la sua compagna non vuole proseguire il rapporto e, probabilmente, nemmeno si rende del tutto conto che le sta facendo del male (non solo fisicamente), e il marito che esige l’adempimento dei “doveri” coniugali, sono situazioni che fanno inorridire, perché la violenza subentra in quello che dovrebbe essere un atto d’amore e di piacere: è il tradimento da parte di una persona che, invece, dovrebbe esser complice nel rapporto.
Da queste situazioni emerge una percezione della sessualità come soddisfacimento dei propri istinti, senza alcun interesse per i desideri dell’altro e il rispetto reciproco.

Fa impressione vedere come sempre più siano i giovani gli autori di violenze sessuali: recente è il caso scoppiato in un paesino dell’Abruzzo, in cui dei ragazzi si divertivano a violentare le amiche. C’è da chiedersi che concezione del sesso abbiano questi ragazzi (e i giudici che li giudicheranno) e forse sarebbe il caso di soffermarsi sull’educazione alla sessualità, magari puntando un po’ di più sulla conoscenza di sé, dell’altro e sul sentimento che unito alla responsabilità dovrebbe fare da guida nei rapporti sessuali.

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