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Ci sono dei giorni in cui telegiornali e quotidiani sembrano eccedere nel dare notizie di cronaca nera. Basta un evento che susciti un po’ di scalpore e disgusto per creare una serie di notizie a catena dello stesso tipo: si veda la triste rassegna delle rapine in villa sfociate nel sangue che da diversi anni riempiono i notiziari o la sequela di violenze sessuali sulle donne che nelle ultime settimane sono tornate ad occupare le prime pagine. Anche le notizie seguono una loro tendenza e certi argomenti vengono ripescati ogni volta che tornano di moda, per poi essere abbandonati subito dopo. Il giornalista Dario Biagi, nel libro "Spegni la notizia. Distrazioni, rimozioni, omissioni nell’informazione italiana", parla di «un’informazione mordi e fuggi» per evidenziare questa tendenza a diffondere notizie sempre più incomplete: «i fatti sono storie, coprono un arco di tempo, hanno un inizio e una fine, ma giornali e telegiornali ci raccontano gli eventi nel mezzo del loro svolgimento e li abbandonano prima della conclusione. Ci sono notizie che tutt’un tratto s’inabissano nell’oblio generale e poi all’improvviso riaffiorano». Il giornalismo, infatti, tende a gonfiare eccessivamente un evento nelle sue prime fasi di interesse, quando intorno ad esso si crea un surplus di emozioni, ma poi, man mano che queste vanno scemando, le storie vengono lasciate in sospeso e si recuperano al momento in cui si verifica un altro fatto analogo.
La parola cronaca deriva da ‘kronos’ (cioè tempo) e giornale da giorno: le notizie dei quotidiani sono una percentuale piccolissima di ciò che accade ogni giorno. La cronaca (prevalentemente nera) resta il cuore del giornale, il modello di come si cerca e si scrive la notizia. Fondamentali sono i delitti, meglio se efferati perché capaci di colpire il pubblico nelle sue paure e sentimenti. L’immagine dell’omicidio ha evocato da sempre, nell’uomo, un misto di paura e di fascino inquietante. «Tutti i mezzi di comunicazione di massa sono importanti perché trasmettono emozioni, raccontando la vita. Gli strumenti della comunicazione facilitano il nostro desiderio di non sentirci ingabbiati nella nostra piccola realtà, mettendoci in relazione con storie uguali alle nostre, permettendoci di seguirle con passione e terrore, due sentimenti antichi quanto l’uomo. Il delittaccio ha creato appassionati sin dalla letteratura greca, in cui nascevano personaggi epici dall’ambito familiare, ma bisogna sempre tener conto della morbosità», ha affermato il giornalista David Sassoli in alcune interviste. Maggiore è il pathos suscitato dall’evento nell’opinione pubblica, più alta sarà la risposta della gente: il problema di Tg e giornali è quello di rendersi comunque prodotti appetibili per aumentare il loro share d’ascolto e vendere qualche copia in più. Basandosi sull’idea "gli spettatori vogliono", i notiziari cercano di mettere in scena "spettacoli attraenti". Così si spiega il grande clamore con cui sono stati trattati i casi dell’assassinio di Novi Ligure e del delitto di Cogne, soprattutto a causa delle forti ripercussioni psicologiche che questi ebbero nell’opinione pubblica.
Nella cronaca ricorrono spesso anche facili stereotipi: un extracomunitario irregolare che commette un reato fa più notizia di un connazionale che abbia commesso la medesima azione. Non sono solo i mezzi di comunicazione, però, a mostrarsi razzisti: spesso, essi amplificano e ingigantiscono delle concezioni pregiudiziali che fanno già parte del nostro inconscio, andando a mettere in luce dei pensieri istintivi e scavando nella banale "paura del diverso" che è da sempre insita nell’uomo, anche in forme non manifeste. E’ più facile pensare che esista un "mostro", un essere "diverso" da noi, un folle, un bandito, un malato, un soggetto randagio senza regole capace di compiere le più abominevoli azioni e condannarlo senza pietà; piuttosto che ipotizzare che quel qualcosa di mostruoso sia una persona uguale identica a ciò che siamo anche noi. Questi soggetti sono percepiti come estranei al nostro mondo; esistenze sulla soglia che stanno negli angoli bui su cui chiudiamo gli occhi perché non abbiamo voglia di guardare e di cui non ci curiamo fino a che non irrompono nella nostra realtà con tutto il loro carico di male. Ed è su questo ingresso violento che si accendono i riflettori dei media e si infiamma il nostro disprezzo latente, così che è più facile che per queste vite già provate si invochino pene estreme ed espulsioni immediate, nel desiderio vano di ributtarle fuori, con la loro sporcizia, dal nostro illusorio benessere.
Il problema non è solo la piccola e parziale rappresentazione di realtà che ci forniscono i media, ma è la concezione profonda di noi stessi e degli altri che abbiamo radicata nella nostra mente. Il più delle volte siamo interessati solo a ciò che è vicino a noi, perché ci coinvolge maggiormente e così ci chiudiamo nella nostra piccola realtà e, escludendo quella degli altri, magari molto lontani da noi, fatichiamo poi a comprenderli. I media non fanno altro che riflettere queste tendenze personali e amplificarle. «Se l’interesse per le disgrazie dei Paesi vicini si esaurisce nell’arco di due giorni al massimo – sostiene Dario Biagi - per quelli lontani spesso non c’è nemmeno la notizia, a meno che il fatto avvenuto non abbia in sé delle caratteristiche spettacolari; inoltre, sovente si dimenticano anche avvenimenti italiani, non solo quelli stranieri». Esistono dei morti che contano più di altri e sono quelli che riguardano le realtà più vicine alla gente, perché ciò favorisce maggiormente l’immedesimarsi nella situazione e, aumentando il pathos, sale anche il potere della notizia di essere compresa.
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