LATTE MACCHIATO, DI INCHIOSTRO
29 novembre 2005




- Mio articolo pubblicato in WebMagazine -

Sono passati diversi anni dal 1994, quando esplose la prima grande polemica riguardante il latte Nestlé. Il riconoscimento del latte in polvere per neonati (della Nestlé e di altre società) come causa di morte di moltissimi bambini del terzo mondo, le cui madri erano state convinte dalle multinazionali ad utilizzarlo al posto dell’allattamento al seno, aveva costituito da base per una fortissima campagna di boicottaggio nei confronti dell’azienda svizzera.
Dopo anni di tregua apparente, il caso del latte Nestlé è riesploso. E’ su tutti i giornali la notizia del sequestro dei prodotti della linea Latte Mio, Latte Mio cereali e Nidina 1 con scadenza settembre 2006. In totale trenta milioni di litri di latte sequestrati in Italia, Francia, Portogallo e Spagna. Alla base del sequestro è stato il rinvenimento nel latte Nestlé di un agente - Isopropyl Thioxanthone (ITX) - usato come fissativo del colore nelle confezioni. Le analisi sul prodotto sono cominciate durante l’estate ad opera dell'Arpam della Regione Marche. Il primo sequestro di due milioni di litri di latte risale al 9 novembre, quando è stato dimostrato che tutte le confezioni in scadenza a settembre 2006 erano state contaminate, dopo mesi di accertamenti e passaggi burocratici. Dal Corpo Forestale dello Stato, che ha predisposto il sequestro dei prodotti Nestlé, hanno fatto sapere che non è ancora stato stabilito se la sostanza rinvenuta sia tossica o meno; quello che è certo è che aveva comunque alterato il latte. Ci vorranno altri cinque mesi per ottenere la risposta da parte dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare sugli eventuali rischi per la salute legati al composto imputato di avere inquinato le confezioni di latte per neonati.

L’ITX è una sostanza di cui si sa ancora molto poco dal punto di vista tossicologico, ma è presente in gran parte dei contenitori di svariati prodotti e, infatti, il caso Nestlé purtroppo non sembra essere un episodio isolato: anche il latte Milupa Aptamil2 con scadenza dicembre 2005 sembrerebbe essere stato contaminato dallo stesso composto e, anche in quest’occasione, la scoperta risale a ottobre ma il sequestro è avvenuto solo nelle Marche, Regione che aveva avviato le indagini, senza tanto clamore sui mezzi di informazione.

Le perplessità che restano sono molte: innanzitutto è da rilevare la lentezza dei passaggi burocratici che hanno portato al sequestro del latte. Perché attendere tanto per sequestrare un prodotto che si presume possa essere contaminato? Perché la notizia della contaminazione del latte Nestlé e Milupa è stata diffusa solo quando è esploso il caso con l’ingente sequestro e non si è cercato di avvertire prima i consumatori che avrebbero potuto incorrere in problemi? Che l’eccesso di burocrazia non abbia facilitato il procedere delle azioni non è una novità in Italia, eppure, in questo caso, pare che l’atteggiamento di precauzione adottato nei confronti di una multinazionale importante come la Nestlé o la Milupa sia stato un po’ troppo zelante. Del resto anche non pestare i piedi ai potenti fa parte di una delle tante consuetudini sempre applicate, seppur non scritte. Ovviamente, la Nestlé si è preoccupata di diffondere comunicati in cui afferma la totale sicurezza dei suoi prodotti e i ministri italiani si sono premurati di far sapere che nel nostro Paese tutti i controlli hanno funzionato perfettamente. Paradossalmente è stato proprio l’intento dei nostri ministri a figurare efficienti nello svolgimento delle indagini e delle segnalazioni sui problemi al latte Nestlé a gettare paglia sul fuoco delle polemiche innescatesi per i ritardi con cui si sono svolte le operazioni. «L’Italia - hanno affermato vari esponenti politici - ha segnalato alle autorità europee competenti le alterazioni dei prodotti Nestlé già nel settembre scorso». L'amministratore delegato di Nestlé, Peter Brabeck, che si è trovato a dover difendere la sua azienda dal nuovo polverone, ha spiegato invece che già a luglio era stato raggiunto un accordo con la UE e il ministero della Salute italiano per «lasciare scadere i prodotti incriminati e modificare il sistema di produzione degli imballaggi». Come dire che tutti sapevano tutto, ma la faccenda avrebbe dovuto risolversi a porte chiuse, nessuno doveva lasciar trapelare niente, tanto meno si dovevano informare i consumatori, perché è chiaro che altrimenti non avrebbero comprato più quei prodotti e avrebbero causato notevoli perdite all’azienda produttrice: poi se qualche bambino che avesse bevuto il latte contaminato avesse riscontrato problemi di salute, pazienza!
L’Europa, tuttavia, non ci è stata a passare dalla parte del torto e ha ribattuto che «Sulla base dei limitati dati disponibili, la presenza di ITX nel latte potrebbe essere considerata indesiderabile. Tuttavia non è probabile che rappresenti un rischio immediato per la salute ai livelli che sono stati riferiti». In altre parole si è fatto tanto rumore per nulla: questo fissativo del colore non dovrebbe trovarsi nel latte, ma anche se lo ingurgitiamo non causerà danni immediati alla nostra salute. Per i danni non immediati ancora non si sa.

La cosa più inquietante di tutta la vicenda è, infatti, l’assoluta incertezza sugli effetti dell’agente chimico rinvenuto nel latte e il rischio che possa trovarsi anche in altri prodotti le cui confezioni abbiano utilizzato la stessa tecnica di stampa.

E’ stato discusso dal Parlamento Europeo, poco tempo fa, il REACH, dall'inglese Registration evaluation and autorization chemicals (Registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche). Si tratta di una proposta di Regolamento europeo sulla produzione e l'impiego di sostanze chimiche, la cui approvazione definitiva è prevista entro il 2006. Questo regolamento, che si prefigge lo scopo di classificare e registrare tutte le sostanze chimiche - non solo nuove ma anche già esistenti - prima del loro utilizzo nella produzione, per verificarne gli effetti, estendendone la conoscenza e la prevenzione dei rischi a imprese, lavoratori e consumatori; dovrebbe costituire un passo in avanti dal punto di vista della sicurezza e della salute e, secondo le statistiche in circolazione, potrebbe consentire di evitare ogni anno in Europa 50.000 casi di malattie professionali del sistema respiratorio e 40.000 casi di malattie professionali della pelle, con un risparmio di 3,5 miliardi di euro in 10 anni.

Non sono di questo parere, però, le industrie (in tutti i settori si utilizzano sostanze chimiche, dal tessile, all’alimentare, al farmaceutico, alle materie plastiche ecc.), che vedono in questo regolamento un inutile ampliamento dell’apparato burocratico e conseguentemente dei costi da sostenere per attuarlo, mentre non lo ritengono essenziale ai fini della sicurezza. Altro problema sottolineato dagli industriali sarebbero le potenziali disparità di trattamento – relativamente ai prodotti finiti - fra le aziende operanti nella UE e quelle che esportano verso la UE. Alle frontiere, sicuramente, non possono essere effettuate verifiche attendibili sulla potenziale pericolosità chimica di prodotti provenienti da Paesi in cui non esistono i controlli richiesti dalla UE. Alle industrie, in sostanza interessa il profitto e quindi anche che le imprese europee non siano penalizzate due volte: con l’aggravio diretto di costi ed adempimenti e con una concorrenza dei paesi terzi di fatto esonerata dagli obblighi imposti dal REACH.

L’ultima bozza del REACH approvata è una sorta di compromesso tra le imprese e le esigenze della sicurezza. In pratica è fallito il tentativo di adottare uno dei principi fondamentali del regolamento, ossia l'ottenimento d'informazioni di base sulla sicurezza delle sostanze chimiche. Per migliaia di sostanze, infatti, non è stato previsto l'obbligo di produrre dati di sicurezza per ottenere la registrazione, e quindi molte sostanze chimiche dannose rischiano di sfuggire dalle maglie della normativa. Tali informazioni sulla sicurezza sono, invece, necessarie per identificare la pericolosità di alcune sostanze chimiche e le potenziali alternative.
In attesa che venga presa una decisione definitiva sul REACH, prevista per i primi mesi del 2006, restiamo con i dubbi e con il latte macchiato... d’inchiostro.

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