GLI INVISIBILI E IL BISOGNO DI UN’INFORMAZIONE LIBERA
25 gennaio 2006




- Mio articolo pubblicato in WebMagazine -

Precari, disoccupati, disagiati, pensionati, famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese: ecco una piccola parte della lunga lista degli invisibili, cioè dei soggetti esclusi dai mezzi d’informazione (in particolare dai telegiornali); ignorati, come se queste persone - con i loro problemi economici e le loro difficoltà ad affrontare le necessità quotidiane della vita - non esistessero.
Dai nostri notiziari televisivi e dalle loro rubriche di approfondimento sono scomparsi, tralasciati per far posto a vicende di gossip, a sparate sopra le righe dei politici, a curiosità su viaggi o mode che la maggior parte della gente non può permettersi perché con la crisi economica che si trova a fronteggiare è già tanto se si riescono a pagare tutte le bollette, le spese condominiali, le rate del mutuo o l’affitto, gli alimenti e mantenere l’automobile o il costo dei trasporti pubblici per recarsi al lavoro.

Del resto, questi soggetti non esistono nemmeno per il premier Berlusconi, il quale riferisce in ogni trasmissione che tutto va bene, c’è la «la piena occupazione», e, in caso di una nuova vittoria elettorale, promette: «aumenteremo le pensioni minime ad 800 euro».
Eppure pochi giorni fa era sui giornali la notizia di un’anziana signora della provincia di Roma che non ha visto aumentare la propria pensione fino ai 516 euro promessi da Silvio Berlusconi per questa legislatura con il contratto con gli italiani, e anzi se l'è vista ribassare. Così ha intentato una causa al premier, chiamando a testimoniare Bruno Vespa e il Ministro Maroni, presenti a Porta a Porta al momento delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio.
In quanto alla «piena occupazione», è facile ottenerla con il precariato diffuso dalla Legge 30 e da “contratti a progetto” (sostitutivi dei co.co.co., collaborazione coordinata e continuativa) o stage rinnovabili ogni due - tre mesi, con un ricambio continuo dei dipendenti a stipendi bassissimi o nulli, con risparmio per i datori di lavoro mentre il lavoratore non può progettarsi il futuro perché ogni due – tre mesi rischia di dover ricominciare a cercare un’attività e di finire nelle stesse condizioni di sfruttamento, creando scompensi anche dal punto di vista psicologico, oltre che economico, perché ogni volta ci si ritrova al punto di partenza, senza aver ottenuto alcun vantaggio. Eppure, mentre i quotidiani davano spazio alle proteste, i notiziari televisivi hanno completamente ignorato lo sciopero dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto.

Sono sparite le inchieste sui problemi reali del Paese e dei cittadini, sono rimaste quelle su drammatici casi di cronaca nera generati, in prevalenza, dalla follia o dalla disperazione (il delitto di Cogne è il più gettonato, ma anche il massacro del Circeo è tornato alla ribalta, o le più consuete rapine in villa degenerate in violenza, gli stupri ad opera di soggetti irregolari alle periferie delle città). E’ vietato parlare troppo di Mafia: vanno bene i “ragazzi di Locri” scritturati per fare da coreografia ai programmi, al pari dei figuranti, ma non vanno bene le inchieste serie, come quella realizzata da Report di Milena Gabanelli sulla Sicilia di Totò Cuffaro, che poi ha costretto la Rai ad una “puntata riparatrice”. Impossibile affrontare seriamente il problema della Sanità e portare le telecamere in tutte quelle zone dove i servizi elementari non solo non funzionano, ma non sono mai esistiti – come dimostra la vicenda dei due neonati morti a Palermo e a Messina nei giorni scorsi – e cercare di far vedere come stanno realmente le cose, perché l’unica difficoltà da fronteggiare per il Ministero della Salute, di questi tempi, è l’influenza aviaria, mentre il resto sono atti di ordinari disservizi da liquidare in due battute da leggere in fretta.

Anche sui quotidiani, però, le inchieste risultano difficili: il più delle volte, i problemi vengono alla luce con la semplice diffusione di statistiche effettuate da vari istituti di ricerca, o con delle piccole storie di cronaca che rimangono, tuttavia, di un peso marginale, soprattutto se inserite in situazioni in cui le priorità sembrano essere altre (come, ad esempio, si sta facendo adesso con il caso Unipol e il presunto coinvolgimento dei DS, allo stesso identico modo in cui era stato montato il caso Telekom-Serbia, solo che, se allora, il testimone chiave era un personaggio discusso e poco credibile, questa volta è sceso in campo lo stesso premier, per assicurarsi una maggior autorevolezza e visibilità).
Eppure il problema degli italiani non è sapere come si è pagato la barca D’Alema, ma come arrivare alla fine del mese, come mantenere una casa ed eventualmente una famiglia, come tenersi un posto di lavoro decente e a condizioni dignitose.

L’informazione dovrebbe essere una cosa seria: possiamo vivere senza sapere cosa accade nel mondo? E allora a cosa serve un’informazione che non informa? Perché i telegiornali, anziché fare informazione, si vedono costretti a piegarsi alle esigenze del potente di turno, al solo fine della campagna elettorale? Una ricerca dell’Università Cattolica afferma che il 70% dell’idea del mondo che le persone si sono create proviene dalla televisione. La televisione funziona come una sorta di finestra sul mondo, da lì passano l’informazione e la formazione: essa annulla il tempo e le distanze, portandoci in casa immagini di posti lontani e di persone diverse da noi; permette di sapere in tempo reale cosa accade, o almeno così dovrebbe essere. Ecco perché è indispensabile che dentro la televisione siano presenti punti di vista differenti: il pluralismo nell’informazione è una ricchezza che deve essere preservata perché tutti si possano sentire rappresentati, altrimenti si creano delle sacche di emarginazione, in quanto ciò che non viene fatto vedere è come se non esistesse.

Gli editori privati devono rispondere solo a se stessi e possono permettersi di gestire le notizie da loro prodotte come meglio credono, perché, anche se eticamente può non piacere che il giornalismo venga ridotto a mero servizio di ufficio stampa, si tratta di loro aziende; per quanto riguarda il servizio pubblico, invece, non è ammissibile che venga piegato alle esigenze della politica, in quanto dovrebbe essere per i cittadini e quindi volto a rappresentare la pluralità delle voci e delle idee e in questo senso andrebbe riformato e protetto dagli avvoltoi del potere: la Rai dovrebbe servire per dare anche il punto di vista dell’altro ed essere, quindi, davvero, una finestra sul mondo. Perché la politica, allora, anziché cercare di risolvere i problemi del Paese, cerca di manipolare l’informazione per oscurarli? Perché i politici fanno i politici se non sono in grado di risolvere i problemi del Paese e vogliono solo essere rieletti? Se la politica deve essere al servizio dei cittadini, a cosa serve una politica così?

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