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EVOLUZIONE DEGLI INCITAMENTI
12 luglio 2006




- Mio articolo pubblicato in WebMagazine -



Non era molto tempo fa, quando negli stadi si sentivano i cori dei tifosi che intonavano “Alé oh oh”, poi il “bel canto” è sparito dalle curve e sono rimaste solo le urla scoordinate di incitamento.
Con la discesa in politica di Silvio Berlusconi e la nascita del partito Forza Italia, gli appassionati di calcio si sono posti il problema di cosa dire per incitare la Nazionale durante le partite per non menzionare uno slogan elettorale, soprattutto se non era in quella direzione che andava il loro voto.
Inizialmente ci fu anche qualche contestazione a Berlusconi per la scelta di un nome così legato alla memoria collettiva calcistica, ma, del resto, lui era noto per essere il presidente del Milan e, quindi, provenendo dal mondo del pallone, in qualche modo quello slogan gli era consono.

Ai tifosi non è restato che mettersi il cuore in pace e scegliersi un altro “grido” da rivolgere ai giocatori in campo o fregarsene della politica e continuare a urlare “forza Italia”.
Certo è che, negli ultimi anni, qualche imbarazzo c’è stato e si sono sentiti gli slogan più improbabili: da “forza azzurri” (ma anche qui il rischio di incappare nel riferimento alla Casa delle Libertà era alto), al meno bello dal punto di vista sonoro “forza Nazionale”, allo scarno “vai Italia”; e da “W l’Italia” a “grande Italia”, ma adeguati per lo più alle occasioni di vittoria.
Gli amanti del pallone, nel tentativo di non menzionare il famigerato “forza Italia”, si sono davvero inventati qualunque cosa, eppure sarebbe bastato tornare indietro con la memoria di qualche anno per rispolverare il “vecchio” (ma utilissimo) “Alé oh oh”.
Ci ha pensato Sassoli, nel Tg1 che ha preceduto la finale di Italia – Francia, ad avere la trovata geniale, chiudendo il notiziario con un “Alé Italia!”. Una scelta di parole azzeccata, una sintesi perfetta e politicamente corretta che non scontenta nessuno e dimostra come certi slogan funzionino ancora benissimo.

Forse è che, negli ultimi tempi, si è avuto la sensazione che la politica abbia voluto metter le mani su tutto e anche gli italiani si sono lasciati condizionare da questa politicizzazione eccessiva di ogni aspetto della vita.
Del resto, come si fa a non farsi condizionare quando dalle dichiarazioni stesse degli onorevoli sulla Nazionale di calcio emerge il tentativo di voler assimilare la vittoria alla loro parte politica?
Calderoni – riporta un’agenzia Ansa - afferma che si tratta di una «Vittoria della nostra identità, una squadra che ha schierato lombardi, campani, veneti o calabresi, ha vinto contro una squadra che ha perso, immolando per il risultato la propria identità, schierando negri, islamici, comunisti»; dall’altra parte, Rossana Rossanda, sul Corriere della Sera, dice: «Ho visto le partite del Mondiale di calcio e ho capito che la bellezza è il gioco di squadra. Un gioco nel quale ciascuno non gioca solo per sé, ma guarda anche quello che fanno gli altri. È una cosa che somiglia a quello eravamo noi del Pci di una volta».
Se avessero parlato solo da appassionati di calcio, anziché di ideologie, saremmo stati tutti più contenti.
C’è comunque poco da stupirsi, dato che i calciatori vengono accolti, al rientro in patria, nelle sedi istituzionali (Palazzo Chigi) alla stregua degli eroi nazionali, mischiando forse troppo “pallone e palazzo”, ma del resto siamo i campioni del mondo (inizialmente un po’ per fortuna, poi per bravura) e i Mondiali non si vincono tanto spesso.

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