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Da giorni ormai tiene banco la polemica intorno al regolamento sulla “par condicio” stabilito dalla Commissione Vigilanza Rai per i “faccia a faccia” tra i leader delle due coalizioni, che entrerà in vigore all'inizio della campagna elettorale, previsto per l'11 febbraio. Regole che, per motivi diversi, sembrano scontentare tutti, dai politici ai giornalisti.
Vediamole nel dettaglio: la Vigilanza ha stabilito che i “faccia a faccia” saranno cinque in totale, di cui due - il primo e l'ultimo - tra Berlusconi e Prodi. I tre confronti intermedi saranno dedicati agli altri leader delle due coalizioni. Ogni conferenza-dibattito durerà un'ora e 15 minuti e sarà trasmessa tra le 21 e le 22.30 su Raiuno, con la conduzione di un giornalista della Rai. In studio ci saranno altri due giornalisti scelti per sorteggio da un elenco proposto da ciascun partecipante politico. Inoltre i faccia a faccia saranno ricondotti ai programmi di approfondimento della Rai, e non saranno più riservati alla Testata dei Servizi Parlamentari.
Già su questo primo punto hanno cominciato a scatenarsi dure reazioni da parte dei giornalisti. Sembra, infatti, che ci sia un eccesso di garantismo nei confronti dei candidati politici, i quali avrebbero addirittura la possibilità di scegliere giornalisti loro congeniali, alla faccia dell’imparzialità e dell’indipendenza della stampa, con il rischio evidente di compromettere anche delle figure professionali che rischierebbero poi di vedersi sempre etichettati come lottizzati da uno o dall’altro schieramento.
Durissima e immediata la replica dei giornalisti a questa norma, per bocca del segretario della Federazione Nazionale della Stampa Paolo Serventi Longhi: «Chiediamo ai leader dei due schieramenti di rifiutare di indicare i giornalisti “di riferimento” per i faccia a faccia fra i leader, di evitare di portarsi dei giornalisti “al guinzaglio” ed affidare la scelta ai direttori; di trasformare i monologhi in confronti, con giornalisti liberi di fare domande; infine, che l'Authority per le Comunicazioni inizi a sanzionare sul serio gli abusi».
A rilasciare dettagli sulle possibili modalità di svolgimento degli incontri è stato il Presidente della Rai Petruccioli, il quale dalle colonne di Repubblica ha dichiarato: «I confronti tv non saranno celebrati nei campi di gioco conosciuti, ne serve uno nuovo. In questa occasione noi non dobbiamo esercitare alcuna libertà editoriale; semmai fornire un esempio di servizio pubblico totale». E sulle modalità di conduzione, Petruccioli ha specificato: «Negli Usa del conduttore si vede a malapena la nuca. Anche noi dovremmo fare qualcosa di simile. Il conduttore sarà un notaio: il garante delle regole».
Dichiarazione inquietante che ha innescato nuove repliche di fuoco: Roberto Natale dell’Usigrai ha insistito sul recupero del «giornalista che fa le domande», aggiungendo che «non deve servire l’indicazione della Commissione di Vigilanza per obbligare i giornalisti a fare i faccia a faccia al posto dei monologhi. E la responsabilità di eventuali monologhi non è dei giornalisti».
Durissima anche Lucia Annunziata: «E’ un non senso che, per decreto della Vigilanza, i giornalisti Rai possano essere solo arbitri, notai, mentre le domande a briglia sciolta potranno farle solo gli altri. È una fortissima delegittimazione. Cos'è? I giornalisti Rai sono buoni solo per fare certi servizi e non altri? E’ possibile che dopo aver propinato per anni ai telespettatori Vespa, Floris, La Rosa e i loro contenitori di politica, ora li si escluda senza un valido motivo? E' un’offesa. E' come dire ai telespettatori: scusate, in tutti questi anni vi abbiamo propinato feccia, ora che il gioco si fa serio si cambia. Non va».
Perplessità anche da parte di Cesara Buonamici del Tg5: «Trovo abbastanza sconfortante la moltitudine di paletti che si stanno fissando, segno evidente della sfiducia dilagante nei confronti dell'onestà e della professionalità dei giornalisti».
Come se con tutte queste regole non si fosse già abbastanza garantisti nei confronti dei politici, a concludere il pacchetto normativo arriva anche il regalo per il Premier: alla fine della campagna elettorale, infatti, è prevista una conferenza stampa da parte del presidente del Consiglio.
Immediate le repliche dell’opposizione. Per Fassino «Non esiste in nessun Paese civile che il Premier parli due giorni di fila alla fine della campagna elettorale», dello stesso avviso Romano Prodi che ribadisce il suo «No alla conferenza finale di Berlusconi. Se a Berlusconi dovesse spettare l’ultima parola, il faccia a faccia non si farà».
Così, mentre in Italia si costruiscono paletti per una improbabile garanzia di obiettività e si litiga sulla evidenti storpiature che questi presentano, in Francia i politici vanno in chat ad affrontare le domande vere della gente comune, senza filtro di giornalisti accomodanti o con una scaletta preparata con largo anticipo come è uso dei salotti televisivi. E’ successo, un po’ di sere fa, a Dominique de Villepin che si è confrontato con gli utenti di un sito internet sull’approvazione di una nuova legge riguardante il settore del lavoro e ha dovuto rispondere anche a duri attacchi dei francesi. In Italia il confronto libero sul web si usa poco: qualche incontro virtuale tra politici e cittadini è stato realizzato dal quotidiano L’Unità o dal sito di qualche partito (in prevalenza del centrosinistra), ma sono tutte esperienze circoscritte e quasi mai a ridosso della campagna elettorale. Sembra, dunque, che i nostri politici abbiano paura del confronto diretto con la gente, delle domande spontanee, non preparate, di frasi impreviste che sfuggano al loro controllo e che possano metterli in difficoltà e, conseguentemente, in cattiva luce agli occhi degli elettori. Ma del resto, in un periodo in cui la politica sembra volersi accaparrare tutti gli spazi liberi a disposizione e, dopo che Berlusconi ha occupato le città con giganteschi cartelloni e le radio e le televisioni con i suoi interventi, forse è meglio di non suggerirgli di occupare anche la rete.
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