17 maggio 2006 ![]() - Mio articolo pubblicato in WebMagazine - L’iconografia del dolore negli ultimi anni ha cambiato aspetto: se una volta si vedeva solo qualche fotografia sfocata nei particolari macabri rubata contro la volontà dei parenti delle vittime, oggi sono i familiari più vicini ai defunti a offrire immagini e dettagli di ogni tipo. Il gusto della pornografia (nel senso letterale del termine, cioè trattazione esplicita) è diventato dominante in tutti i settori, fino all’eccesso di rappresentazione di ogni dettaglio, anche quelli più insignificanti e inutili: tutto deve essere messo in mostra, tutto deve essere evidenziato fino al limite dell’indecenza, fino alla noia (perché, dopo un po’, si sa, il “troppo” stanca). A farla da padrone sui mezzi di comunicazione - siano essi giornali o tv - è la tipologia del reality: un genere nato, a metà tra il gioco e l’analisi, per studiare il comportamento di persone più o meno comuni costrette a vivere per un certo periodo sotto gli occhi di tutti e diventato la pura curiosità morbosa di mettere a nudo ogni cosa e caricarne i particolari trash in modo esagerato, soprattutto quando non c’è più nulla di realmente importante da far vedere. Questo era un genere televisivo inaugurato in Italia con il Grande Fratello, che poi ha trovato ampio spazio nel gossip (il caso recente più eclatante è senza dubbio la telenovela Albano-Lecciso) e, negli ultimi tempi, sembra aver contagiato anche la cronaca nera. Ad inaugurare questa macabra tendenza è stato il caso di Cogne, con i coniugi Lorenzi che, se a parole dicevano di respingere la stampa, in realtà sono stati ospiti in tutte le trasmissioni televisive mentre il loro noto avvocato rilasciava dichiarazioni volte ad attirare l’attenzione e, nello studio di Bruno Vespa, i periti analizzavano il plastico della villetta e le possibili varianti dell’omicidio del piccolo Samuele, in un gioco al rilancio che portava ad un crescendo di tensione e di concentrazione ogni volta su un particolare diverso della stessa storia. Sia chiaro, la propensione a “sbattere il mostro in prima pagina” e a “far vedere il sangue”, nel giornalismo c’è sempre stata, così come la propensione al voyeurismo sadico da parte del pubblico. Le immagini reclutate dal giornalismo hanno sempre cercato di impressionare, di fermare l’attenzione, di sorprendere, di sbigottire, tanto più negli ultimi anni, in cui la televisione ha dominato il panorama dei media e ha incentivato la cultura dello shock. In televisione, le immagini hanno assunto il valore di testimonianza di quanto accaduto: un evento viene considerato vero solo se lo si fa vedere. Eppure la sensazione è che oggi il “voler vedere” prevalga nettamente sul “voler capire” e ogni situazione rappresentata sia diventata oggetto di un “guardare distrattamente” in una fame di notizie sempre nuove, senza riuscire a comprendere tutto ciò che viene immagazzinato: «La sovraquantità informativa ci fa sentire sempre in debito di informazioni: crediamo di dover sapere di più e ci sentiamo sotto-informati», sostiene Richard Saul Wurman, grande esperto di mass media, docente al Massachusetts Institute of Technology di Boston. Un altro caso del genere si è verificato con l’omicidio del piccolo Tommaso Onofri, in cui si è aggiunto anche un dettaglio in più alle troppe dichiarazioni fuori luogo rilasciate dalle persone coinvolte nella vicenda: la famiglia ha fatto stampare centinaia di fotografie del bambino ucciso da distribuire alle numerose persone accorse ai funerali (seguiti in diretta dalla Rai). Un gesto fatto per ringraziare la gente di tanta partecipazione, un modo per sublimare il proprio dolore condividendolo con tante persone. Certo il dolore ha forme diverse per ciascuno di noi (lo ha illustrato bene Nanni Moretti in “La stanza del figlio”) e le tragedie collettive generano tra i sopravvissuti una grande forza che aiuta al superamento di esse, ma è quanto mai anomalo che un bambino – per quanto la sua drammatica fine abbia sconvolto e indignato l’intero Paese - venga rappresentato in migliaia di immaginette al pari dei “santini” e la televisione scelga di trasmetterne in diretta i funerali. Ultimo episodio di questa macabra rassegna della morte l’ha data Il Gazzettino, mettendo in prima pagina la fotografia del bambino mai nato di Jennifer Zacconi, la ventenne uccisa dal suo amante pochi giorni prima del parto. Una fotografia dal sapore dolce-amaro - consegnata al giornale dalla famiglia di Jennifer - in cui si vede il viso del bambino e sopra il titolo “Il volto dell’angioletto”. Il direttore Luigi Bacciali ne giustifica la pubblicazione come «miglior inno alla vita contro la cultura della morte», il padre della ragazza uccisa ha precisato di aver mandato la foto per mostrare a tutti che anche quello è un omicidio (l’assassino non è accusato di duplice omicidio) e intanto quella vicenda così tragica e straziante è diventata una pubblica contesa tra i sostenitori del “Movimento per la vita” che si battono per i diritti dei nascituri non ancora nati e i contrari. «Decenza vorrebbe che il dolore dei parenti rimanesse fuori da ogni forma di speculazione. Nel momento in cui tutto entra nel tritacarne mediatico, persino i connotati della sofferenza vengono stravolti e l’informazione che partecipa a questo gioco e lucra visibilità e notorietà, non fa altro che delegittimarsi, perché non produce conoscenza ma agisce in base a “motivazioni commerciali mascherate dall’ideologia della cultura della vita”. Che ciò avvenga in modo consapevole o inconsapevole non fa poi molta differenza», scrive il sito Articolo21. Anche perché il rischio vero è che questa proliferazione di immagini di morte, anziché turbare l’opinione pubblica e farla riflettere, finisca per produrre assuefazione e portare all’indifferenza, che è il sentimento peggiore che si possa provare di fronte al termine della vita: se nemmeno questo fa più impressione, non c’è limite al baratro in cui l’umanità è capace di scavare. Di fronte alla morte bisognerebbe fare un passo indietro, ultimamente ne sono stati fatti molti in avanti.
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