INTERVISTA A TIZIANA FERRARIO 31 gennaio 2006 ![]() - Mio articolo pubblicato in WebMagazine - ![]() A Milano, in occasione della festa di S. Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, gli operatori della comunicazione hanno incontrato il Cardinale Tettamanzi. Tra i protagonisti della giornata - tutta incentrata sui temi della libertà di stampa, del ruolo fondamentale dei giornalisti, della necessità di un’informazione seria, aderente alla realtà concreta, con maggior attenzione ai problemi dei più deboli – c’era Tiziana Ferrario, inviata e conduttrice del Tg1. La giornalista, nel suo intervento, ha fatto una battuta sulla notorietà che le deriva dall’apparire in televisione: «Sono un volto noto ma senza potere, perché la visibilità non permette di intervenire nelle decisioni riguardanti i contenuti dei notiziari». Tiziana Ferrario ha raccontato, poi, le difficoltà incontrate sul campo nel ruolo di inviata: «Oggi fare gli inviati di guerra è difficile, ancora di più per i free-lance che non hanno alle spalle grandi editori in grado di garantire le misure di sicurezza personale. Inoltre, è complicato, per il giornalista, capire dov’è la verità: gli inviati vengono tenuti lontani dal fronte o mandati insieme alle truppe di una coalizione come embedded. Si ha sempre una visione parziale delle situazioni, spesso, vengono diffusi comunicati in cui è difficile distinguere tra notizia vera e propaganda. I giornalisti, oggi, rischiano di essere usati come strumento di consenso e di dover riportare notizie non verificabili: il confine tra informazione, pubbliche relazioni e propaganda è sempre più labile». Infine, l’inviata del Tg1 ha citato i rapporti di Freedom House e Reporters Sans Frontières, che segnano il 2005 come l’anno nero della libertà di stampa nel mondo: 63 giornalisti sono morti (la maggior parte in Iraq), 807 sono stati arrestati (in prevalenza in Cina, Cuba e Corea del Nord), forti censure ovunque e il 60% dei Paesi non ha mezzi di comunicazione liberi; l’Italia stessa è considerata «parzialmente libera, a causa di un clima di eccessivo controllo politico dell’informazione». In un momento in cui tutti sembrano tirare i giornalisti per la giacca, quanto è difficile lavorare nel servizio pubblico? «Credo che il cercare di tendere ad un’informazione il più obiettiva possibile non sia un problema di servizio pubblico, ma piuttosto un problema di responsabilità di tutti i giornalisti». Lei è giornalista da molti anni e ha provato diversi ruoli: inviata, conduttrice... Quanto contano? Ha detto che la visibilità non dà poteri decisionali. «Faccio questo lavoro da tanti anni e ho avuto molte possibilità professionali. Il ruolo di conduttrice è uno degli aspetti del mio lavoro. Le donne, in genere, non hanno potere nel giornalismo. Sono aumentate in modo considerevole rispetto a quando avevo iniziato a fare questa professione, però continuano ad avere dei ruoli marginali: sono pochissimi i direttori, addirittura in Rai non esistono direttori donne o capiredattori, quindi la nostra è una “visibilità senza potere”, come dice il titolo di un’inchiesta di Milly Buonanno, docente di Sociologia della comunicazione». E’ un momento di forte scontri tra il sindacato dei giornalisti e la federazione degli editori per il contratto e l’applicazione della Legge 30. Quali prospettive ci sono per la professione giornalistica e cosa vi aspettate voi giornalisti? «Ci sono scontri perché la professione giornalistica sta subendo delle grandi trasformazioni. Penso che una stampa libera sia credibile, mentre una stampa soggiogata no. Purtroppo, viviamo in un Paese dove, troppo spesso, i mezzi di informazione sono usati per raccogliere il consenso e oltre che per avere un guadagno, perché non esistono neanche più editori puri: i proprietari dei mezzi di comunicazione hanno altri interessi da difendere». Lei è consigliere dell’Ordine dei Giornalisti. In questo periodo c’è chi propone l’abolizione dell’Ordine, perché questo tende a porre dei paletti per la professione che vengono poi aggirati, basta pensare alle nuove tecnologie (internet, i blog), in cui chiunque prende la parola su qualunque argomento, ponendo anche questioni che forse andrebbero trattate con maggior autorevolezza. «Oggi la tecnologia dà delle enormi possibilità, noi viviamo il mondo in tempo reale; vent’anni fa non era così. Questo, però, comporta anche dei rischi, come ad esempio quello dell’omologazione, del viaggiare poco e di verificare meno di persona ciò che accade: è un mondo sempre più a portata di mano, ma in cui il giornalista intervene sempre meno, con la sua professionalità. Penso che la presenza di più voci sia un elemento positivo per la società: più fonti di notizie ci sono, meglio è. Però, non è detto che avere più fonti significhi avere più libertà. Il vero problema è capire chi è il proprietario dei contenuti e dei mezzi che poi deve diffonderli. Bisognerebbe separare i due ambiti, dividere chi produce contenuti da chi li diffonde, altrimenti la libertà diminuisce».
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