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Un inizio in pompa magna per la rubrica “Dopo il Tg”, condotta da Clemente Mimun, il 9 gennaio. Se il direttore del Tg1 voleva fare il botto, non c’è dubbio che ci sia riuscito, cominciando con un grosso scoop giornalistico, o almeno questo è ciò che dovevano sembrare le immagini dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, ucciso in Iraq da un gruppo di terroristi il 14 aprile 2004.
Immagini molto calibrate, a dir la verità, in cui non si vede altro che un uomo incappucciato e inginocchiato che dice «Posso levarla? Vi faccio vedere come muore un italiano», con accanto i suoi esecutori; poi la sequenza si ferma, perché, l’orrore e il buon senso, impongono di non trasmettere altro.
Il perché della scelta di quel video per aprire una nuova rubrica di approfondimento giornalistico è ovvio: è roba forte, capace di attrarre gli spettatori e quindi fare audience e cominciare bene, si sa, può essere utile per guadagnarsi l’attenzione del pubblico anche per il futuro. Ma le conseguenze di quella scelta, forse, il direttore del Tg1 non le ha ben calcolate.
Quelle trasmesse non sono immagini di morte: l’esecuzione non si vede, la parte atroce della vicenda non viene mostrata. Quello che si è scelto di mostrare è l’immagine di un uomo che dice «Vi faccio vedere come muore un italiano», frase che, già che al momento della divulgazione, subito dopo l’uccisione di Quattrocchi, gli aveva fatto guadagnare il titolo di eroe. Così, il 9 gennaio, è andata in onda la glorificazione di quell’eroe, con tanto di familiari presenti in studio, addolorati e inferociti per le polemiche scatenate intorno alla figura di Quattrocchi nei giorni immediatamente successivi all’omicidio.
Ma quali sono i nostri eroi?
La nostra cultura, figlia di una Storia segnata da guerre e resistenze, ci ha portato ad una certa considerazione del concetto di eroismo: spesso gli eroi erano quelli che lottavano per la Patria, per la Libertà, per alcuni ideali fondamentali di alcuni momenti storici e non abbiamo mai svincolato quel termine da questi contesti. Anche adesso che le guerre si fanno in nome del petrolio e di altri interessi economici e non più per nobili ideali, gli eroi sono rimasti i soldati. In questo caso, l’eroe è un agente di sicurezza di una società privata, capitato a svolgere le sue funzioni in una zona di guerra prima e di guerriglia poi, finito nelle mani di un gruppo di terroristi senza scrupoli, forse con delle armi e dei documenti che avrebbe fatto meglio a non avere. Un uomo più o meno qualunque finito nel posto sbagliato, al momento sbagliato, trucidato in modo barbaro che, al momento di morire, ha urlato una frase forte, forse in un ultimo moto d’orgoglio e ribellione contro i suoi assassini.
Con tutto il rispetto per un uomo che è stato barbaramente assassinato e per il dolore profondo dei suoi congiunti, forse dovremmo estendere l'applicazione del concetto di eroismo a persone che le armi non le hanno mai usate e che, anziché ritrovarsi ad ammazzare per non essere ammazzati, cercano di sopravvivere, tra mille difficoltà e pericoli quotidiani, tentando di aiutare gente bisognosa con il loro lavoro, senza chiedere mai nulla in cambio.
Annalena Tonelli, missionaria laica uccisa in Somalia; Carlo Urbani, medico ucciso dalla Sars mentre cercava di salvare vite in estremo Oriente; Luciano Fulvi, ucciso nel nord Uganda, impegnato a difesa di gente sofferente e tanti altri dimenticati dagli Stati, dai media e dalle onorificenze...
Siamo sicuri che gli italiani, che in Iraq non ci volevano andare né con l’esercito né con altre armi, siano orgogliosi di essere rappresentati da questo “eroe” della sicurezza privata, tragicamente ucciso in un posto dove, forse, avrebbe fatto meglio a non andare?
I turisti rapiti nello Yemen intorno a Capodanno se l’erano andata a cercare, - dicevano gli esponenti della maggioranza e anche noti giornalisti legati al centrodestra - perché erano andati in un Paese definito a rischio dalla Farnesina (poco importa se poi tutte le agenzie di viaggi espongono offerte per quella zona e nessuna avverte mai i viaggiatori che è un posto pericoloso) e dovrebbero restituire allo Stato i soldi spesi per la loro liberazione e un uomo armato da una discussa società privata di sicurezza che opera in una zona di guerra (dove è più che ovvio che sparano e bombardano) è da considerarsi un eroe?
C'è tanta gente che fa del bene nel mondo, a costo di grandi sacrifici e, spesso, di loro nemmeno ci si ricorda e, anche quando vengono uccisi, ci si limita ad un breve riassunto della loro esistenza senza nessuna commemorazione e nessun riconoscimento al valore e mai che ci sia qualche personalità "in vista" che si degni di portare avanti la loro opera... Il bene viene fatto silenziosamente, senza medaglie e bandiere e ce ne ricordiamo troppo poco... Nei notiziari televisivi le tragedie improvvise si vendono meglio della fatica della vita quotidiana di personaggi anonimi che rimangono per noi pressoché sconosciuti, fino a quando non accade qualcosa di eclatante che costringe i media ad accendere i riflettori.
Nel Tg1 di Mimun non c’era nessuna immagine forte, caso mai c’erano delle parole forti e, forse, prima di mandarle in onda, dopo tanti mesi dalla morte di Quattrocchi e dopo tutte le polemiche suscitate dalla vicenda di quegli ostaggi, occorreva riflettere un po’ di più sul valore dell’eroismo, prima che pensare ad uno scoop giornalistico. Mandare in onda “scene forti”, a volte, può servire a far riflettere, a sollevare l’attenzione e la sensibilità dell’opinione pubblica su alcuni problemi che altrimenti non si considererebbero (spesso, perché è più facile chiudere gli occhi e non guardare), ma riaprire polemiche inutili, su questioni ormai archiviate e su cui permangono opinioni diverse, non serve a niente.
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