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LIBERALIZZARE O REPRIMERE? QUESTO E' IL PROBLEMA
25 maggio 2006




- Mio articolo pubblicato in WebMagazine -



Contro la droga occorrono leggi libertarie o repressive? È questa la domanda che si pongono legislatori, specialisti ed educatori.
In Italia, lo scontro tra proibizionisti e libertari si è riacceso con l’approvazione della Legge Fini-Giovanardi: il primo aspetto negativo è quello di stabilire la dose massima giornaliera di droga (una ventina di spinelli, cinque “tiri” di coca, dieci dosi di eroina…), al di sopra della quale il possessore viene automaticamente considerato uno spacciatore, per cui non è solo soggetto a misure amministrative, ma penali. Esistono, certamente, misure alternative alla detenzione (arresti domiciliari, in comunità, lavori di pubblica utilità), ma il rischio è che, nel lungo periodo, aumenterà sempre di più il numero delle persone tossicodipendenti arrestate mentre diminuiranno i posti disponibili diversi dal carcere, con il risultato di mandare questi soggetti in galera a scontare pene tra le più severe d’Europa.

Il vero terreno di scontro di questa legge, tuttavia, è dato dalla tabella unica che equipara droghe pesanti e droghe leggere, criminalizzando, di fatto, anche il consumo di hashish e marijuana, al pari di cocaina e eroina.
Gli esperti dicono che l’uso sporadico delle droghe leggere non provoca rischi per la salute, anche se le cronache dei quotidiani ci raccontano che sono sempre di più i giovani che scelgono di “sballare” (magari una volta soltanto, “tanto per provare”) con pasticche, cocaina e cocktail che tutto sono tranne che da considerarsi leggeri, con la conseguenza di arrivare di corsa all’ospedale in fin di vita. È chiaro, quindi, che ogni sostanza stupefacente è dannosa, ma il grado di pericolosità è diverso e mettere tutto sullo stesso piano penale può favorire il consumo di droghe cosiddette pesanti.
C’è da dire, poi, che il quantitativo della droga stabilito dalla legge è sempre sbagliato perché ciascun tossicodipendente ha le sue peculiarità: per alcuni la dose massima consentita potrebbe non bastare, per altri molto meno assuefatti anche un solo grammo di cocaina potrebbe, invece, portare alla morte. Il fatto che una persona trovata in possesso di un quantitativo di stupefacente superiore al limite consentito venga equiparata e trattata come uno spacciatore, significa non considerarla un malato ma un delinquente, con tutte le conseguenze che ne derivano, compresa quella di scambiare per cura la punizione.
Ogni forma di proibizionismo, inoltre, si accompagna sempre ad un aumento di criminalità e difficilmente riesce ad ottenere i risultati sperati dal punto di vista della riduzione del consumo delle sostanze (lo si è visto con l’alcool negli Stati Uniti). In più, la repressione provocherebbe un notevole aumento del costo della droga (che già è elevato), della clandestinità delle bande degli spacciatori e dei consumatori, i quali sarebbero a loro volta invogliati a delinquere per avere i soldi necessari a pagarsi la dose giornaliera.

Gli antiproibizionisti non ci stanno e non sono soli. La nuova legge, infatti, non tiene conto della rilevanza medico-scientifica di certe sostanze e metterebbe a rischio anche le cosiddette terapie del dolore a base di oppiacei e cannabinoidi (per anti-dolorifici e ansiolitici) o i trattamenti metadonici di mantenimento e riduzione del danno; quest’ultimo, in particolare, previsto dagli ordinamenti europei, è totalmente assente nel testo italiano.
Liberalizzare la droga, tuttavia, se da un lato porterebbe ad una diminuzione della criminalità, dall’altro provocherebbe un abbassamento del costo, rendendola quindi più accessibile e favorendone il consumo anche da parte di soggetti che abitualmente non ne fanno uso (l’esempio dell’Olanda è sotto gli occhi di tutti).

Una soluzione prova a proporla Don Luigi Ciotti: «Hashish e marijuana dovrebbero far parte di una speciale tabella, insieme ad alcol e tabacco, di sostanze classificate come potenzialmente pericolose, il cui consumo viene posto in un contesto di legalità, ma sottoposto ad una serie di limitazioni e controlli, oltre ad essere oggetto di iniziative costanti ed appropriate di educazione sanitaria. Bisogna, poi, estendere gli interventi di riduzione del danno anche nelle carceri. Infine, vanno studiate e valutate attentamente le esperienze innovative condotte all’estero, compresa la somministrazione controllata di eroina per quelle persone tossicodipendenti che non riescono a trarre profitto dagli altri interventi riabilitativi ad oggi disponibili».

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