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COMUNICAZIONE POLITICA
13 giugno 2006




- Mio articolo pubblicato in WebMagazine -



Oggi viviamo in un’epoca dominata dal marketing. Ogni cosa, anche la più astratta, è considerata un possibile “prodotto da vendere” e le persone sono utenti o consumatori da blandire con le più innovative strategie di comunicazione volte a far comprare. In questo mercanteggio di illusioni, poltrone e ideali a farla da padrona è la pubblicità, diventata invasiva fino all’eccesso.

Chi vive a Milano, durante la campagna elettorale per le elezioni comunali, ha potuto vedere circolare per la città taxi sponsorizzati dal centro-centrodestra che si portavano sulle portiere maxi-adesivi con i volti di Letizia Moratti o di qualche altro candidato. Inutile protestare in nome del buon gusto e del buon senso, sono i soldi a vincere e questi li portano gli sponsor.
Buon gusto a parte, è innegabile che la trovata non sia passata inosservata, come sarebbe accaduto se si fossero utilizzati dei normali manifesti inseriti negli appositi spazi o gli ormai inflazionati autobus: è stata un’idea originale e quindi in grado di attrarre l’attenzione.

Altrettanto originali e più “ruspanti” sono da sempre gli slogan della Lega Nord, di cui l’ultimo è “Referendum anti-soviet” riguardante la Riforma Costituzionale.
La logica dominante è quella di puntare a “fare effetto” per suscitare l’attenzione, perché prima o poi qualcuno ci casca, poco importa se il messaggio pubblicizzato è inesatto.
Il termine Soviet altro non è che il corrispettivo russo di “consiglio” e indica gli organismi rivoluzionari, espressi direttamente dai lavoratori, sorti a Pietroburgo durante la Rivoluzione Russa del 1905, che andarono poi a costituire l’Unione Sovietica, anche se in forme molto diverse da come si era idealmente ipotizzato. Il Soviet era l’organo elettivo di carattere politico e amministrativo dell’URSS, mentre il Soviet supremo era quello che esercitava il potere statale a livello repubblicano o a livello federale. Dovrebbe essere chiaro a tutti che in Italia non c’è alcun Soviet e che la coalizione di centro-sinistra che è al governo, dopo aver regolarmente vinto delle democratiche elezioni, pur avendo al suo interno anche partiti che portano il nome di comunista sono ben lontani dalle pratiche sovietiche di gestione dello Stato.
Eppure, per il popolo del centro-destra, la metafora ha un senso: la Lega si è sempre posta in contrapposizione a “Roma ladrona” (almeno a parole, perché poi le poltrone nella capitale le hanno occupate) e si è sempre battuta per la difesa delle autonomie locali (soprattutto per ciò che concerne il discorso economico), mentre è risaputo che a sinistra si dovrebbe, almeno idealmente, propendere per uno Stato assistenziale solidale verso chi ha meno risorse, utilizzando i fondi di chi dispone di più, attraverso la redistribuzione del reddito.
Altro errore, questa volta molto più consistente, è il fatto che, da questi manifesti, si evince che per la Lega Nord in gioco nel referendum del 25/26 giugno c’è soltanto la “devolution” e da qui l’incentivo a votare sì. In realtà, si è chiamati alle urne per decidere se confermare o abrogare una riforma che coinvolge e stravolge la Costituzione italiana in molti suoi aspetti importanti, di cui fa parte anche la devoluzione tanto bramata dalla Lega Nord, ma che è solo uno di questi aspetti.

La Riforma realizzata dal centro-destra – per essere precisi dai “quattro saggi di Lorenzago” come furono ribattezzati gli onorevoli D’Onofrio, Pastore, Calderoni e Nania – prevede, tra le tante cose contestate: un Premier forte, eletto direttamente dai cittadini, senza bisogno della fiducia delle Camere e con in mano il potere di sciogliere il Parlamento; un Presidente della Repubblica che resta garante della Costituzione e dell’unità nazionale ma che perde molte delle sue competenze; l’istituzione di un Senato Federale con competenze diverse dalla Camera.
Qualche esponente leghista deve averlo compreso e Bossi stesso ha cominciato a parlare di un possibile dialogo con tutto il Parlamento dopo l’esito del Referendum.

Il centro-sinistra, invece, sembra avere qualche problema con le comunicazioni. Anche se gli slogan dei Comunisti Italiani erano ben visibili e potenti dal punto di vista comunicativo (come ad esempio i cartelloni con il volto di Diliberto e accanto la frase “Via dalla sporca guerra”), ma potevano risultare poco realistici all’atto pratico, e il “Domani è un altro giorno” dei Democratici di Sinistra poteva risultare piacevole; la pubblicità realizzata non è mai stata invasiva, anzi, molte volte c’è stata una certa carenza di manifesti e gli esponenti del neo-governo avrebbero dovuto prendere qualche accorgimento prima di rilasciare dichiarazioni.
In campagna elettorale, la coalizione guidata da Romano Prodi è stata travolta dagli errori comunicativi sulla tassazione: senza i discorsi inconcludenti in merito all’aggiunta di tasse sulle rendite finanziarie e alla reintroduzione della tassa di successione (senza dire a partire da quale cifra), alla riduzione del cuneo fiscale (evadendo le spiegazioni riguardo alle modalità pratiche per ottenerlo), probabilmente la vittoria del centro-sinistra sarebbe stata più ampia.
Appena eletti i neo-ministri hanno incominciato a rilasciare interviste, parlando con i giornalisti (abili tessitori di polveroni attraverso titolazioni forti) in modo quasi ingenuo, tanto da doversi poi difendere da polemiche poco opportune come quella scoppiata per il ponte sullo Stretto di Messina. Tanto che lo stesso Prodi si è visto costretto a richiamare i suoi al silenzio: “Parlare poco e fare atti concreti”, è stato il monito. Già perché, se non si è in grado di comunicare bene, è meglio tacere e discutere poi a cose fatte di atti concreti, che non fomentare vespai sul nulla che potrebbero invece favorire chi, pur essendo in errore, sa “vendersi” in modo più efficace (come ad esempio, Berlusconi, in tempo di elezioni, con la promessa impossibile di eliminare l’ICI, imposta comunale sugli immobili, che non è stabilita dal governo, ma dai singoli comuni). Peccato che sia stato proprio Prodi, con un’intervista – poi smentita – al giornale tedesco Die Zeit a creare il disagio maggiore: errore di traduzione, invenzione giornalistica o parole fuori luogo scappate per sbaglio, sarebbe stato meglio che non fossero mai state pronunciate.

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