» nuvolasenzainverno » home » studi » curriculum » articoli » forum


UN INFERNO SCONOSCIUTO NEL CUORE DEL PARADISO TERRESTRE

Bali è la perla dell’arcipelago indonesiano. La piccola isola di forma triangolare - appena otto gradi a Sud dell’Equatore - è costituita da una catena vulcanica che la percorre da Est a Ovest e culmina nel Gunung Agung, alto 3165 metri. A Nord-Est di questo sorge l’enorme cratere di un vulcano ormai spento, riempito dall'acqua del lago Batur, il più grande di Bali. L’isola è coperta da un verde manto rigoglioso, grazie alla fertilità del suolo vulcanico e sui terrazzamenti dei pendii sono stati realizzati migliaia di piccoli stagni artificiali adibiti alla coltura del riso: la luce del cielo che vi si rispecchia crea uno spettacolo unico di luce e simmetria. Il clima - mite tutto l’anno - è suddiviso in due stagioni: quella secca, che va da maggio ad ottobre, e quella umida che va da novembre ad aprile, caratterizzata dai Monsoni.

Due immagini delle tipiche colline a terrazze adibite a risaie

Singaradja è il capoluogo dell’isola e si trova nella parte settentrionale.
Solo la parte meridionale di Bali è interessata dal turismo: a Sud di Denpasar, situata vicino all'aeroporto principale, sulle rive dell'Oceano Indiano, sorgono elegantissimi alberghi immersi in parchi favolosi. La zona turistica è la più popolata dell’isola e si divide in quattro aree: Sanur, dove vivono i ricchi locali; Jimbaran, un’area lussuosa a pochi minuti dall’aeroporto; Nusa Dua, che ospita la lunga spiaggia di Surf Beach; infine Kuta, tempo fa un villaggio di pescatori, oggi la “clubland” di Bali, con locali, ristoranti, negozi e una spiaggia dalla sabbia fine che, tutte le sere, si riempie di persone per ammirare il sole che tramonta nel mare.
«Scoprire Bali è come prendere una droga: appena posi gli occhi su di lei, senti che inizia l’effetto dell’assuefazione» - raccontano alcuni che ci sono stati - «In poche ore si può passare dalle spiagge di sabbia bianca, con palme alte e rigogliose, alla cima di un vulcano».
Fuori dal caos artificiale della zona turistica, il paesaggio cambia in modo repentino, tingendosi improvvisamente di verde intenso e l’aria abbandona il profumo del mare per quello della frutta, del riso, dei fiori tropicali e delle felci.
L’Indonesia è il Paese musulmano più popoloso del mondo, eppure Bali è a maggioranza induista e ha conservato nei secoli questa sua unicità culturale, rimanendo indenne dalle tensioni che hanno scosso le terre vicine, riuscendo a far convivere pacificamente al suo interno anche piccole minoranze cristiane e buddiste.
Tutto ciò che riguarda la vita sociale, a Bali, viene fissato dal calendario religioso e lo spirito per la celebrazione è qualcosa di genetico: i riti e le feste guidano i balinesi dalla nascita alla morte, si festeggia qualsiasi tipo di ricorrenza, sino a inventare veri e propri party del divertimento. La festa balinese più conosciuta in Occidente è quella della cremazione dei morti, in cui i parenti del defunto accompagnano con gioia il passaggio dell’anima dal corpo al cielo, dove salirà verso il Nirvana.
La spiritualità su quest’isola ha una caratterizzazione fortemente terrena, dominata dai colori dell’oro e del rosso, come il sari delle donne, e dal profumo dell’incenso votivo bruciato ovunque. Sono frequenti le processioni nei villaggi e lungo i sentieri delle foreste, dove persone vestite con abiti variopinti, al ritmo di strumenti a percussione, portano con devozione un trono vuoto, su cui credono che vi sia assiso uno dei loro déi, a cui offrono in dono prodotti della terra.
Templi rivestiti di muschio con statue adornate di decorazioni floreali e candele, scalinate che si perdono nella foresta, monumenti scavati nella pietra e adagiati sui pendii dei vulcani danno l’idea di un’immobilità che trascende il tempo, ma sempre rinnovata dalla cura della popolazione.
Un paradiso terrestre ricco di cultura, tradizione, costume e di grandi paesaggi mozzafiato: è questa l’isola di Bali.
Eppure questo ammaliante squarcio di paradiso nasconde delle pericolose insidie, non sempre note ai viaggiatori di passaggio in cerca di avventure.

Le leggi indonesiane prevedono la pena di morte per i reati in materia di omicidio, armi, droga e – dopo gli attentati rovinosi alla discoteca di Bali nel 2002, in cui persero la vita 200 persone – terrorismo.
In particolare, la normativa 5/1997 sulle droghe (comprese quelle cosiddette “leggere”) equipara penalmente chi fa uso, chi produce e chi pratica il commercio di tali sostanze psicotrope e le pene sono pesantissime per il consumo e lo spaccio, fino alla condanna a morte.
Le esecuzioni sono state abbastanza rare in Indonesia fino al 2004, quando tre cittadini stranieri sono stati fucilati per traffico di eroina, nel quadro di una campagna nazionale contro l'abuso e lo spaccio di droga lanciata dall’allora Presidente Megawati Soekarnoputri in vista delle elezioni: nella Nazione, infatti, si stima che ci siano circa un milione e mezzo di tossicodipendenti, su una popolazione di oltre di 200 milioni di abitanti. Inoltre, in Indonesia, l’uso di siringhe infette ha contribuito a diffondere notevolmente il virus dell’Hiv: all’inizio del 2003, il 25% dei detenuti del carcere Cipinang di Jakarta era sieropositivo.
A finire nel mirino delle autorità indonesiane, però, sono spesso i turisti sprovveduti che ignorano queste disposizioni legislative e cadono sempre più numerosi nel braccio della morte. Negli ultimi mesi, a tenere banco sono stati i casi di molti australiani. A Bali, gli australiani arrivano con facilità: bastano due ore di volo da Darwin (da Milano e da Roma se ne impiegano più di 21).
Schapelle Corby, un'estetista australiana di 27 anni, è stata condannata da un tribunale di Bali a venti anni di carcere per traffico di droga. Per la ragazza arrestata nell'ottobre scorso all'aeroporto dell'isola con quattro chilogrammi di marijuana nella valigia, l’accusa aveva chiesto l'ergastolo, sebbene lei si fosse sempre proclamata innocente, affermando che la droga era stata messa a sua insaputa nella custodia della tavola da surf.
Poco tempo fa, un nuovo caso era sui giornali: due giovani australiani - Andrew Chan e Myuran Sukuramaran, rispettivamente di 21 e 24 anni - sono stati condannati alla pena capitale mediante fucilazione dal tribunale di Denpasar per traffico di stupefacenti. I due sono stati riconosciuti colpevoli di essere a capo di un gruppo composto da nove australiani - di cui quattro condannati all’ergastolo - che lo scorso aprile aveva cercato di portare dell’eroina da Bali in Australia.

Attualmente ci sono circa 20 stranieri nel braccio della morte, per lo più africani, la maggior parte dei quali condannata per spaccio di droga.
In base alla legge indonesiana le richieste di grazia sono inoltrate dai tribunali stessi, quando i condannati a morte non provvedono da soli, ma quasi mai vengono accolte. «L’esecuzione, di solito, avviene tramite fucilazione di primo mattino su una spiaggia deserta o in una foresta remota, perché la legge vieta che venga svolta in pubblico» – afferma l’associazione Nessuno Tocchi Caino «Il condannato a morte viene informato della sua esecuzione soltanto 72 ore prima. Affronta un plotone di una dozzina di membri, disposti in fila a breve distanza, con la testa coperta da un cappuccio e indosso una camicia bianca con un segno rosso all’altezza del cuore. Alcuni dei fucili sono caricati a salve, in modo che nessuno degli esecutori sia in grado di capire chi ha sparato il colpo fatale. Di solito passano dai tre ai cinque minuti prima della morte. Dopo la fucilazione, un dottore controlla che il corpo crivellato di colpi non dia più alcun segno di vita. Se dovesse essere ancora vivo, il comandante del plotone sparerà un colpo d’arma da fuoco alla testa del condannato, ma non alla tempia (che accelererebbe la morte), perché il corpo deve essere restituito ai parenti per il funerale»: un gesto di finta umanità che in quel quadro crudele suona come una beffa.
L’unica possibilità di salvezza si dice che stia nella corruzione dilagante in Indonesia: se si ha la fortuna di riuscire a corrompere i poliziotti, si può ottenere un provvedimento d’espulsione dal Paese, evitando così la galera o, peggio, la fucilazione.
Nel carcere di Cipinang, i detenuti benestanti, corrompendo le guardie carcerarie, possono avere prostitute, telefoni cellulari e impianto di climatizzazione. Ahmad Fauzi, membro del parlamento di Jakarta, ha presentato un'interrogazione per cercare di fermare tutto questo.
Le condizioni di detenzione generali, invece, per tutte le altre situazioni sono precarie: sovraffollamento delle celle, condizioni igieniche mediocri...

Molti hanno cominciato ad essere anche i dubbi avanzati sulla reale colpevolezza dei turisti imputati; la maggior parte dei quali, infatti, si dichiara innocente, non sa spiegare perché la droga sia finita nei propri bagagli e ne nega la responsabilità. Tutti i condannati, di qualsiasi Paese, generalmente, lo sono perché fermati all’aeroporto per il ritrovamento di droga nelle valigie o nelle sacche da surf.
Il processo a Schapelle Corby, ad esempio, ha appassionato l’Australia e il verdetto è stato seguito in diretta dalle tv di tutto il Paese: secondo i sondaggi, il 90% dei cittadini australiani è convinto dell’innocenza della donna e la crede vittima di qualche brutto tiro messo a segno da gente del luogo o di un traffico di droga gestito dagli addetti in aeroporto. Dopo vari incidenti che hanno fatto scattare l’allerta sulla sicurezza e l'integrità del personale aeroportuale, infatti, Kingsford Smith, l’aeroporto internazionale di Sydney, è finito sotto inchiesta e si è scoperto un giro internazionale di spaccio di droga, da parte di alcuni addetti ai bagagli. La droga veniva messa a caso nelle valigie, che poi venivano riaperte da addetti ai bagagli facenti parte del giro di altri aeroporti.
Nel 2004, nel braccio della morte ci è finito anche un ragazzo italiano: Juri Angione, surfista ventiquattrenne originario della Provincia di Grosseto, che rientrava da un viaggio in Brasile e aveva fatto scalo in un aeroporto indonesiano. Anche nel suo caso la droga (cocaina) era stata rinvenuta nella sacca da surf e, anche questa volta, il ragazzo ha negato che gli appartenesse. Nel mese di luglio del 2004 la sua condanna a morte è stata commutata in ergastolo; gli appelli continuano, ma per ora, le speranze di riuscire ad abbreviare le pena sono scarse.

Forse tutto questo si potrebbe evitare se le agenzie di viaggio avvertissero in modo sufficientemente chiaro i turisti (soprattutto i più giovani) sui reali rischi che corrono. Forse i viaggiatori non c’entrano nulla e il giro della droga nelle valigie appartiene davvero ad altri, per cui chiunque potrebbe ritrovarsi con i bagagli pieni di sostanze stupefacenti senza neanche saperlo. Forse qualcuno è solo troppo imprudente e spera di farla franca, magari non accorgendosi che gli stranieri, con i loro comportamenti diversi, sono i più facili da prendere con le mani nel sacco.

Certo è che ogni Stato ha le sue regole e tutti devono rispettarle: non ci sono sconti per i rilassati turisti in vacanza, anzi, sono proprio loro quelli che finiscono per rimetterci di più. Almeno per quanto riguarda la droga, perché, invece, pare che in tutto il Sud-Est Asiatico stia crescendo a dismisura il fenomeno del turismo sessuale e dello sfruttamento sessuale dei minori, con protagonisti giovanissimi che si vendono (o vengono venduti dalle famiglie per esigenze economiche) sotto gli occhi di tutti, senza troppi problemi. O meglio, nell’ottobre del 2002 è stata varata una normativa particolarmente avanzata in materia di abusi sessuali e di violenze ai danni di minori, che prevede pene fino a di 10 anni di reclusione, ma gli stranieri, in passato, potevano godere di trattamenti di favore rispetto a quelli previsti dall’ordinamento. Attualmente l’applicazione di questa normativa si va facendo via via più severa per tutti, anche per far fronte ad una disastrosa conseguenza delle precedenti leggerezze: «In Indonesia ci sono oltre duecentomila prostitute e in tutta l’Asia, il virus dell’AIDS sta diventando un fenomeno di proporzioni sempre più di vaste», ha affermato Praful Patel, vice-presidente della Banca Mondiale per l’Asia meridionale. Secondo i dati del Rapporto 2004 di Unaids, su 37,8 milioni di persone che convivono con l’Hiv, 7,4 milioni si trovano in Asia e le principali cause di trasmissione del virus sono l’uso di siringhe infette da parte dei tossicodipendenti, i rapporti sessuali e la prostituzione.

L’Indonesia, inoltre, è da sempre nota per il poco rispetto dei diritti umani e la libertà religiosa. I missionari cristiani denunciano continue intimidazioni, l’ultima è del 2 febbraio: la Corte Costituzionale, infatti, ha stabilito che rimarranno in carcere le tre insegnanti cristiane accusate di proselitismo, arrestate nel settembre 2005; respingendo una proposta di revisione della Legge sulla tutela dell’infanzia del 2002 - che proibisce l’uso di «inganno, bugie e istigazione» per convertire un bambino - per cui esse sono accusate. Secondo gli attivisti per i diritti umani, la Legge non rispetta la libertà di pratica religiosa, garantita invece dalla Costituzione, il verdetto dei giudici è stato influenzato dalla continua presenza in aula di estremisti islamici e, inoltre, nessuno dei bambini musulmani che frequentavano la scuola si è mai convertito e tutti avevano il permesso dei genitori a parteciparvi.

Molti cominciano ad essere anche i giornalisti incarcerati per aver scritto articoli considerati diffamatori e gravi intimidazioni alla libertà di stampa si sono verificate nella zona di Aceh, in contemporanea con lo svolgimento delle operazioni militari, terminate lo scorso anno. Attualmente, l’Indonesia figura al 57° posto nella classifica sulla libertà di stampa, stilata da Reporter Sans Frontières.

Ma torniamo alla droga: un caso analogo a quanto accaduto a Bali, si è verificato in Kenya, a Malindi, dove una coppia di italiani - Angelo Ricci (70 anni) e Estella Dominga Furuli (43 anni) - è stata arrestata con l’accusa di traffico internazionale di droga più di un anno fa e ora rischiano l’ergastolo. Nella villa, che avevano avuto in gestione da un altro italiano e che avevano affittato, la polizia kenyota ha trovato oltre una tonnellata di cocaina. L’avvocato John Kaminwa incaricato della loro difesa protesta: «Non c’entrano nulla, non c’è una sola prova del loro coinvolgimento in questa storia, ma poiché si tratta di uno dei più colossali sequestri di droga di tutti i tempi cercano capri espiatori. Altri implicati nella vicenda sono stati rilasciati». Qualcuno avanza l’ipotesi che questo processo sia inquinato da infiltrazioni politiche: sembra, infatti, che la stampa keniota abbia portato alla luce parecchi episodi di corruzione, una vera e propria tangentopoli africana che avrebbe portato nelle tasche di deputati e ministri decine di milioni di dollari.
Il fatto è che anche in Kenya la legge sulla droga è molto severa e punisce sia il possesso che il traffico di stupefacenti: le pene detentive previste sono di 5 anni per le droghe leggere e 10 anni per quelle pesanti. Le condizioni delle carceri sono infelici: celle piccole, affollate, maleodoranti, igiene scarso. Lo scorso anno, in alcuni villaggi nei pressi di Nairobi, la “changaa” - un intruglio di metanolo, detto anchedroga dei poveri”, perché costa 20 scellini keniani (pari a 20 centesimi di euro) al bicchiere - ha ucciso 48 persone, e ne ha ferite 60 feriti, 8 delle quali hanno perso la vista.
Stesse condizioni legislative anche per altri Paesi dell’Africa e dell’Asia e, in tutti i casi, è quasi sempre impossibile riuscire ad ottenere qualche trattamento di favore, fosse anche solo l’espulsione. I viaggiatori che finiscono impigliati nelle complicate maglie legislative di quelle zone, spesso senza conoscerle, riuscendo con difficoltà a comunicare e a spiegare la loro posizione, anche per ragioni strettamente linguistiche, se ne escono ne rimangono comunque duramente segnati per il resto della loro vita.
Insomma, un inferno segreto si nasconde nel ventre del paradiso terrestre, in cui i turisti occidentali si avventurano spesso con troppa superficialità.



» nuvolasenzainverno » home » studi » curriculum » articoli » forum