Convegno tenuto alla Casa del Cinema di Roma, in seguito alla visione del film "Alla luce del sole" di Robero Faenza, il 14 gennaio 2005 ![]()
Incontro sul tema "Educare alla legalità" Oscar Luigi Scalfaro, Vincenzo Consolo, Pietro Grasso, Livia Pomodoro, Luigi La Spina, Walter Veltroni, Gustavo Zagrebelsky, don Antonio Garau, Ernesto Olivero introduce e coordina David Sassoli Roma, Casa del Cinema, Largo M. Mastroianni, 1 Venerdì, 14 gennaio 2005 ORIDINE INTERVENTI: Don Antonio Garau, Ernesto Olivero, Oscar Luigi Scalfaro, Pietro Grasso, Gustavo Zagrebelsky, Livia Pomodoro, Luigi La Spina, Vincenzo Consolo. APPENDICE: Franco Patrono, “Vi aspettavo”, L’Osservatore Romano, 28/1/2005; Roberto Escobar, L’orgoglio dei rompiscatole, Il Sole 24 Ore, 30/1/2005. Casa del Cinema, Roma, 14 gennaio 2005 David Sassoli: Buongiorno, invito tutti a sedervi per cominciare a riflettere su quello che abbiamo visto. Dicevamo che Roberto Faenza, ma anche tutti gli attori, Luca Zingaretti, Alessia Goria, Corrado Fortuna, Lollo Franco (il padre cattivo che fornisce la pistola per uccidere don Puglisi), ci hanno regalato questa storia, che è la storia, come dicevamo, di un sacerdote che vuole essere prete e cittadino a Palermo. Ma quanto è distante questa storia da noi? Questa è una storia del 1993, può essere considerata storia del secolo scorso? E’ una storia lontana, una Palermo lontana, è una città che oggi vive in maniera diversa le sue contraddizioni, oppure è tutto uguale, è ancora tutto uguale e tante zone del nostro Paese vivono in quell’illegalità e in quella miseria? E allora vorrei iniziare salutando tutti da due fotografie, per capire lo stato dell’arte, il termometro… Qual è il termometro in questo momento, undici anni dopo quell’omicidio? Invito padre Antonio Garau ad alzarsi. E’ un sacerdote che conosce bene quello che abbiamo visto, che lavora a Palermo, lavora dietro la Stazione centrale di Palermo, in una zona dove molti cronisti che si sono occupati di queste vicende ricorderanno, c’era uno scannatoio, venne trovata una fabbrica degli omicidi. Ecco, padre Garau, una fotografia, undici anni dopo lo stato dell’arte... Don Antonio Garau: Buongiorno a tutti, sono contento di essere qui oggi, in mezzo a voi per insieme vivere questo momento importante secondo me per la storia della nostra città, ma non penso soltanto per la nostra città di Palermo, ma penso per tutta l’Italia. Mercoledì scorso, io insegno in un magistrale, e parlando di legalità una mia alunna mi ha detto: “Professore, ma mi perdoni, forse sarà una cosa stupida quella che sto per dire, però gliela voglio dire anche a lei - faceva questa riflessione, una ragazza di quinto anno di liceo - noi veniamo educati alla legalità per cinque anni di scuola elementare, per tre di scuola media, per cinque di scuola superiore. Appena io finirò quest’anno e mi diplomerò, per potermi comprare un maglione, un paio di scarpe, per non dipendere da mio padre e da mia madre, dovrò tentare di trovare un lavoro. E questo lavoro lo troverò come commessa... Sicuramente il mondo degli adulti subito mi proporrà il lavoro in nero, e io avrò cinquanta euro la settimana e non sarò messa in regola. Quindi il primo impatto che io ragazza o giovane che vengo fuori da una cultura di scuola che mi ha educato alla legalità è il lavoro in nero”. E questa è una prima realtà che dobbiamo considerare con attenzione. Nel film di Roberto Faenza ci sono due scene che purtroppo in questi giorni mi hanno personalmente interessato. Nella mia parrocchia hanno già rubato diverse volte le elemosine, ma la cosa più grave, la notte di Natale, hanno tagliato le ruote a una decina di macchine di persone che erano venute a vivere con noi il momento della nascita di Gesù Bambino e che uscendo dalla chiesa si sono ritrovate questo bel regalo di Natale. C’è un problema molto serio che è l’indifferenza, l’indifferenza degli adulti, di certi politici che tranquillamente non recepiscono leggi nazionali, per esempio sugli oratori. Ancora la Regione Sicilia questa legge non l’ha fatta propria, potrebbe essere un aiuto per le parrocchie, per i centri, ma non soltanto quelli ecclesiali, ma quelli che si interessano dei minori e oggi i nostri minori vivono queste realtà pesanti. Ci sono anche altre bellissime realtà a Palermo, però c’è anche questa realtà di bambini che vengono non attenzionati sia dalle realtà civili che anche da quelle ecclesiastiche. David Sassoli: Lei sta dicendo che qualcosa è stato fatto e che qualcosa comunque è cambiato o che la storia che lei ci sta raccontando della sua Palermo in questi tempi così poco fortunati è uguale a quella di undici anni fa? Don Antonio Garau: Nella mentalità, purtroppo, è uguale a quella di undici anni fa. David Sassoli: E ci vuole dire che l’illegalità è diffusa come allora? Don Antonio Garau: Purtroppo sì... David Sassoli: E ci vuole dire che i giovani sono abbandonati un po’ da tutti coloro che dovrebbero occuparsi di giovani, di ragazzi... Don Antonio Garau: Sicuramente. David Sassoli: E che le parrocchie forse possono essere una delle poche forme di aggregazione in quella città così bella, importante, ma anche molto disgraziata? Insomma che il mondo degli adulti non se ne occupa troppo, che la politica è un po’ indifferente, vuole dire questo? Don Antonio Garau: Sicuramente. E la cosa più terribile è che noi continuiamo a chiudere gli occhi all’educazione al futuro. Non esiste nella nostra realtà un’educazione al futuro... David Sassoli: E allora come mai la mafia non si sente troppo? Don Antonio Garau: La mafia non si sente troppo perché agisce per altri interessi ed è sotterranea. David Sassoli: E perché la politica non denuncia che la mafia continua ad esserci, che l’illegalità è così diffusa, che nessuno si occupa dei bambini, come lei ci stava appena dicendo? Don Antonio Garau: Perché penso purtroppo che non ci sia la coscienza piena e coraggiosa di affrontare questi problemi. David Sassoli: Io la ringrazio, ma lei resti con noi. Un’altra fotografia, da Torino, questa veniva da Palermo. Ernesto Olivero, molti di voi lo conosceranno, si occupa del SERMIG, che è una cosa molto complessa. Ha in campo molti progetti, adesso si sta occupando anche di Sud-Est Asiatico. Ecco, lei si riconosce in quello che è stato detto: può essere considerata l’indifferenza la lancetta di questo termometro che in qualche modo pone il problema della legalità al centro delle questioni della politica, delle istituzioni anche da voi a Torino? Ernesto Olivero: Ecco, io ho visto questo film... pensate che non ho riconosciuto che il personaggio era Luca, mi sembrava che gli attori fossero presi dalla strada. Mi sembrava di vedere qualcosa di vero e appena ho finito di vedere il film ho detto: “Ma che corto ’sto film!”. Era passata un’ora e mezza. Ho chiamato cinquanta ragazzi di Porta Palazzo, noi abitiamo a Porta Palazzo, il quartiere più difficile di Torino e ho fatto vedere questo film senza dirgli niente. E alla fine hanno detto: “Ma che corto ’sto film! Oh! E’ passata un’ora e mezza!”. Roberto, io potrei scrivere un libro di poesie sul tuo film. La prima te la regalo adesso, non so se posso chiamarla poesia: “Il mondo cambia se vivo da cambiato. Questa è denuncia”. Quando noi abbiamo scelto la nostra sede a Torino (e forse Scalfaro se lo ricorda) abbiamo scelto un arsenale militare nel quartiere più difficile di Torino. La prima volta che sono andato, ho lasciato la mia macchina fuori, e dopo appena tre minuti, uscendo l’ho trovata scassata. Se adesso venite a Porta Palazzo, questo non capita più, perché abbiamo portato un po’ di legalità con la nostra bontà e forse con la nostra severità. Attorno a noi ruotano circa un milione e mezzo di situazioni all’anno, quindi vi immaginate... E noi a un certo punto abbiamo detto: “Se un uomo vuole uscire fuori dalla mafia, dalla ‘ndrangheta, dalla prostituzione, da qualsiasi situazione, se viene da noi, noi lo aiutiamo a uscire fuori da questa situazione, nel silenzio. Chiedetelo alla buon’anima di Cavallero, il più grande bandito del secolo passato cosa gli è capitato all’Arsenale. Questo film secondo me è un grande incoraggiamento, cioè è un qualche cosa che ti entra dentro, se vuoi [si rivolge a Faenza, ndr] poi ti scrivo veramente cento poesie su questo, perché dimostra che è possibile cambiar le cose, ma dobbiamo essere cambiati dentro. David Sassoli si avvia verso Olivero per riprendere il microfono: Ci vuole un applauso, perché lei ha detto, in maniera molto poetica, delle cose sulle quali abbiamo intenzione di ragionare. Presidente Scalfaro, c’è una frase... Ernesto Olivero: Vorrei dire ancora una cosa però. Sassoli: Ma tu resti con noi, però... Ernesto Olivero: Sì, grosso modo. Io, dopo aver visto questo film, l’ho messo tra i cinque film più belli della mia vita. Questo film qui io l’ho già visto undici volte. Hai capito perché t’ho baciato prima? [rivolto a Zingaretti, ndr]. Perché quando mi hanno detto: “Guarda che c’è quell’attore famoso...” Ma davvero? Era talmente bello il personaggio che mi sembravi veramente il personaggio vero, anche tu [indica Corrado Fortuna, ndr]. E quindi questa è stata la cosa più straordinaria che io abbia visto. E gli altri quattro film voglio dirvi quali sono: Forrest Gump, Enrico V, per la recitazione e per la fede, Miracle, Billy Elliot e adesso c’è il vostro film, che all’Arsenale ce lo stiamo passando così, per capire le reazioni. Amici miei, è possibile cambiare il mondo, ma dobbiamo essere noi dei cambiati dentro perché automaticamente la illegalità non ci tocca e don Puglisi ha detto questo e volevo portarvi un biglietto del cardinal Martini. Io sono stato a trovarlo a Gerusalemme, avrebbe avuto piacere di venire qui, ma non ha potuto, ha però letto la sceneggiatura che tu mi avevi dato e ha scritto questo: “Ringraziamo Dio per un prete come don Puglisi. Ce ne vogliono tanti per dare a tutti il coraggio di costruire la pace, l’onestà e la legalità. Gerusalemme, 2 dicembre 2004, cardinal Carlo Maria Martini. David Sassoli: Grazie, Ernesto Olivero. Presidente Scalfaro, c’è una frase del film che mi ha particolarmente colpito perché richiama in maniera molto semplice, fa da sfondo al sentimento che animava don Puglisi nella sua missione, ma che in qualche modo sono parole che sembrano scritte sulla pietra, sono parole molto pesanti: “Io voglio, sto facendo questo perché voglio restituire qualcosa, voglio restituire qualcosa agli altri di quello che ho avuto dalla società, dalla famiglia, voglio restituire qualcosa delle fortune che ho avuto a differenza di altri”. Cosa significa, che la politica senza un tasso di moralità diventa soltanto un esercizio fine a se stesso? E’ anche questa la sua impressione in questo momento? Oscar Luigi Scalfaro: Avendo io sessanta anni di vita politica sulle spalle, di fronte a quello che si è visto posso soltanto fare l’imputato. Se nessuno può tirarsi fuori, figurarsi se può tirarsi fuori il sottoscritto, con l’aggravante di essere stato Sottosegretario all’Interno, con l’aggravante di essere stato per quattro anni Ministro dell’Interno, con l’aggravante di essere stato sette anni sul Colle, sette anni non facili, temo tanto io i periodi facili... Posso dire una cosa, perché voi non potete invitare delle persone, fargli prendere degli strattoni di dentro, metterle a deglutire con fatica e poi chiedere di parlare di politica. Eh no! Per condanne che io mi meriti, mi appello alla clemenza della Corte! Vorrei dire anzitutto una cosa, caro il mio giornalista, che ci incontriamo nei momenti delle battaglie e questo è uno di quelli… Devo dire le impressioni di uno che non fa l’elenco dei cinque film come l’amico [indica Ernesto Olivero, che poco prima aveva citato i cinque più bei film dal suo punto di vista, ndr], perché nella vita mia piuttosto lunga (sto consumandomi l’ottantaseiesimo anno, ne ringrazio Dio!) non so se ne ho visti dodici, quindici di film, faccio parte di un mondo assorbito sempre in tante cose, quindi... Alle mie categorie di ignoranze, se ne aggiunge una, o se ne aggiunge un’altra… Però devo dire che, caro regista, ammirevolissimo per me, non sono un tecnico, ho detto che esperienza ho, sono un analfabeta, ma anche il piacere dell’analfabeta che dice grazie credo che non la offenda. Quell’inizio da calcio nello stomaco, quando uno ha appena finito di mangiare, con quei gatti, per darli da mangiare ai cani, con quei pochi soldi dati ai ragazzi per la cattura che poi, poverini, ridono e si divertono, ghiacciano di dentro. Poi i cani, anche quel cane come un funerale all’ultimo… Questo è stato l'inizio, che avevo già visto, ma è come se non l’avessi visto mai. Calcio durissimo nello stomaco, perché dice mille cose: i ragazzi, come guadagnare, come arrangiarsi, come divertirsi. E un finale non dirò armonico, dirò che c’è tutta l’armonia, la musica, c’è dentro un pensiero filosofico, teologico, c'è l'universo: il sorriso di don Puglisi e il bambino con le lacrime che ricambia il sorriso [si commuove, ndr]... non commentabili, se non deglutendo, perché ancora alla mia età non piango di fuori, ma di dentro sì. Artisti - l’ho detto, nel grande onore di conoscerli personalmente, di stringergli la mano - che sono entrati dentro i personaggi e mi sembrava di vedere, di pensare come pagassero... Non è facile entrar dentro senza soffrire, non uscirebbe l’arte... Un modo incantevole. Qui viene fuori un grazie, però il sacerdote che ha parlato per primo ha detto una parola: indifferenza. Insieme all’indifferenza dice: “Cos’è cambiato?”. Quanti guai ho vissuto da ministro dell’Interno, 1983-1987, quattro anni, a Palermo. Come fu fatta la scelta del Parlamento di un magistrato mentre due eccezionali magistrati erano stati uccisi. Il primo era stato appena ucciso, tanto che io, eletto, prima di giurare, andai a inginocchiarmi nel luogo ancora stravolto. E dopo pochissimo tempo andai anche all’altare, ad aggiungere la mia preghiera a quelle dei fedeli per Borsellino. Il Parlamento ritenne di chiamare a una responsabilità uno che non era candidato da nessuna parte, ma per caso era magistrato ed era stato magistrato in tempi dolorosissimi. Che cosa mi spaventa? Due sole cose: mi spaventa la frase che quando ero ragazzo i medici non conoscevano. Andando avanti la civiltà, la scienza l’ha fatta coniare: “Lei è malato, non si sente… La curiamo. Però deve abituarsi a convivere”. “Deve abituarsi...”. Una volta i bisnonni coi medici: “Amico, glielo dico sorridendo, non c’è niente da fare, sa....”. No, ormai le cannonate della Guerra ‘15-’18 con l’artiglieria che aveva sbagliato e sparava sulla fanteria erano errori. Poi si disse che erano conseguenze collaterali. Dice: “Sa, mio nonno morì per una conseguenza collaterale”... Eh! E poi c’è l’ultimo sorriso desolante: il fuoco amico. Attenzione: le parole indicano il termometro di una civiltà, nella “capoccia”, nel cuore e nella propria coscienza. Indicano, terribilmente, vorrei dire ferocemente. Attenzione: a noi politici, anche a chi è centenario quasi, perché fino a quando si è al mondo si è responsabili… Attenzione a non essere i medici che dicono: “Bisogna convivere”. La forza di quel prete è in tutte le sconfitte, tutte, persino le trasmissioni dei canti che, solerti, soverchiano tutto [il presidente si riferisce alla scena della processione in opposizione alla festa mafiosa, ndr]... Bisogna andare avanti. Dice bene il cardinale, che io venero, già presule in Lombardia: “Ce ne vorrebbero tanti”. Caro artista che l’ha interpretato, ce ne vorrebbero tanti di preti così che rimanessero vivi però, perché se fossero tanti così sarebbe la fine del mondo, e non è una distinzione piccola. E qual è il fatale aggancio con il potere, a volte mi piace dire innocente però innocente totalmente non lo è, aggancio a volte non più fatale ed interessato e a volte non interessato ma complice, perché una mafia che sta con i pezzenti, lo dico come me lo disse un soldato abruzzese durante la guerra, sotto le armi, “ha ancora di nascere”. Finito il film, sento due domande: una vi coinvolge, chiedo scusa: “E noi? E noi?”. L’altra mi coinvolge, ma ciascuno può pensare a se stesso: “E io? Domineddio, e io? Come sono chiamato? Come rispondo?” Grazie. David Sassoli: Grazie, Presidente. Sindaco Veltroni, io sono stato un mese fa per lavoro in Calabria, dove hanno ripreso a spararsi con i bazooka... Non so se avete visto poco tempo fa notizie di guerre di mafia, l’intimidazione nei confronti degli organi dello Stato. Questo in Calabria, dove ieri il presidente della Repubblica ha invitato i cittadini calabresi a ribellarsi alla mafia, lo ha detto così come lo sto dicendo io… Sembra davvero che mezzo Paese stia dall’altra parte, mezzo Paese non è controllato. Il presidente Scalfaro diceva l’indifferenza... Ballarò diceva che una delle battaglie che bisogna compiere, tutti insieme, è contro il cinismo. Sono un po’ la stessa faccia, l’altra faccia della stessa medaglia? Walter Veltroni: Penso di sì, penso che i poteri criminali ci sono stati, ci sono, e contro i poteri criminali c’è un solo grande antidoto, vale a dire la creazione di un’opinione pubblica capace di contrastare la criminalità e di spingere la politica a fare il proprio dovere. Lei ha ragione Sassoli a parlare di scarso controllo. Purtroppo siamo ripiombati in una situazione molto pesante. Pensiamo, per esempio, a quello che succede in Campania… Io ho proposto al mio collega, sindaco di Firenze, presidente dell’ANCI, che i sindaci di tutte le più grandi città italiane vadano a Napoli a dire simbolicamente che il Paese è vicino a chi si trova in quella terribile situazione, al sindaco di Napoli, alla comunità di Napoli, una realtà nella quale i morti sono tornati a contarsi in centinaia. Molte delle scene di quella realtà sono scene che noi abbiamo visto nel film, e anche se la mafia non è la camorra, perché sono due fenomeni diversi dal punto di vista, diciamo, della struttura, le logiche e le dinamiche sono assolutamente le stesse. In Calabria la situazione è quella che lei ha citato, e così in Puglia, una situazione drammatica sotto altri punti di vista, dal punto di vista di una diseguaglianza sociale che poi finisce col generare la violenza. La vicenda di una bambina di sei mesi il cui corpo era ridotto in una condizione da campo di concentramento, come ha detto il Procuratore della Repubblica che l’ha esaminato, è la testimonianza di un Paese nel quale non si può non vivere con la stessa tensione. Ecco, vorrei dire, con la stessa tensione che questo film trasmette. Io considero questo film non solo un bellissimo prodotto cinematografico, ma lo considero anche un grande atto di fiducia. In fondo questo film è la storia di una grande onestà, di una grande intensità, di una grande motivazione, che serve anche ad essere vivi, e quel sorriso finale è un sorriso di speranza. Io ho speranza. Ieri sera sono tornato a casa tardi e ho trovato una lettera che mi ha inviato una studentessa del Liceo Giulio Cesare, allegandovi un giornalino che gli studenti hanno prodotto nella scuola al ritorno dal viaggio che abbiamo compiuto insieme ad Auschwitz, dove sono stato con duecento ragazzi. Questi duecento ragazzi hanno vissuto un’esperienza meravigliosa. Qui, come vedo - poiché ormai li riconosco bene - ci sono molti dei ragazzi che sono venuti con me in Africa quando siamo andati in Mozambico. Io, dicevo, ho una grandissima fiducia e una grandissima speranza nelle nuove generazioni di questo Paese, perché ho la sensazione che proprio loro dimostrino che si è rotto qualcosa, che per fortuna si è rotto qualcosa. E mi riferisco a una certa retorica del cinismo che è ormai diventata insopportabile per tutti noi. Abbiamo passato molti anni durante i quali si è fatta una campagna sistematica contro quella che veniva definita “la retorica dei buoni sentimenti”: e cioè l’etica dei valori vissuta soprattutto come retorica, mentre i valori sono quelli che poi ispirano un’etica e ispirano una condivisione di regole del gioco. Abbiamo vissuto e per larga parte, ad essere sinceri, viviamo ancora in una società in cui vengono suggeriti come modelli unici di vita il successo, l’arricchimento, la bellezza, la competizione. Una società che pare emarginare tutto ciò che invece attiene alla sfera dei valori, dell’etica, della consapevolezza collettiva, salvo poi far riferimento a un istinto caritatevole che va certamente bene ma che, di per sé, non cambia certo il mondo. Cambia le sorti di una persona ed è una cosa gigantesca, perché salvare una vita è come salvare un mondo intero (come dicevano negli antichi testi), ma il nostro sforzo deve essere eticamente rivolto a salvare il mondo intero. Io vengo da una formazione culturale per la quale pensavo che fosse giusta solo la seconda cosa. Crescendo, invecchiando e attingendo a altre formazioni culturali ho capito che è giusta anche la prima. Ma la cosa soprattutto che ho capito è che non c’è nessuna contraddizione tra la prima e la seconda e che si può salvare una vita umana e al tempo stesso combattere per salvare il mondo intero. Non voglio dire che dobbiamo avere lo stesso coraggio di padre Puglisi, perché il coraggio di padre Puglisi era un coraggio che possedeva una sua durissima fisicità, ma oggi noi tutti abbiamo bisogno di avere coraggio. Un coraggio morale, il coraggio di mettere in gioco la voce e la faccia e dire: “Ora facciamola finita col cinismo. Facciamola finita con quest’idea secondo la quale credere nella solidarietà, credere nello spirito di comunità, credere nell’onestà, nell’etica, nel rispetto delle regole del gioco, sia roba del passato”. Nei ragazzi che io vedo nella mia città, il cinismo è roba del passato e noi dobbiamo avere fiducia e speranza che in questo modo possa crescere una generazione di italiani diversa. La storia di un paese è fatta di alti e bassi. Ci sono dei momenti in cui esistono delle grandi tensioni ideali e morali e ci sono momenti di caduta. E’ sempre stato così nel corso della civiltà. Per questo noi dobbiamo far leva sui momenti in cui nasce una comune tensione etica, perché altrimenti il rischio è molto aspro. Roberto Faenza ha una dote che io considero davvero molto importante, non solo da un punto di vista cinematografico, ma anche da un punto di vista umano: sa far parlare i bambini. Nei suoi film sa far parlare i bambini e li sa far parlare immergendoli – penso per esempio a Jona – in situazioni nelle quali il dolore è talmente forte che i bambini lo moltiplicano. L’altra sera sono stato in una casa-famiglia – non dico quale ovviamente – dove c’era una bimba di otto anni che veniva da un paese lontano. Parlava italiano perfettamente perché vive qui da un anno. Mi sono informato su di lei: è una bambina venuta in Italia malata di AIDS, dopo essere stata violentata. Purtroppo il mondo è fatto anche di questo, è fatto di un’utilizzazione dei bambini dove proprio i bambini sono figli di una logica perversa: siccome sono i più fragili, possono essere usati. I bambini sono la cartina al tornasole dello stato di una civiltà. E credo che mai come oggi i bambini del mondo siano stati in una condizione di disagio, di povertà, di disperazione e di guerra. In questo mondo, per questa logica, ci sono 300.000 bambini-soldato, bimbi che fanno la guerra. Allora far parlare i bambini attraverso un film come questo significa ridare alla speranza della società il senso e la ragione giusta. Vorrei fare, inoltre, un’ultima osservazione: in questo film ci sono altre due cose grandi. La prima si riferisce al rapporto con la fede. Tutti noi nella nostra vita abbiamo incontrato uomini di fede. C’è chi può avere incontrato un cardinale, come il cardinal Martini. Anch’io, come il presidente Scalfaro, avendo avuto l’opportunità di parlare qualche volta con lui, devo dire che è la persona dietro ai cui occhi ho visto le distese più lontane, più grandi, le praterie più sconfinate. Ma quand’ero bambino ho conosciuto dei sacerdoti che mi hanno insegnato delle cose molto importanti, persone che in seguito sono finiti a fare i missionari in giro per il mondo, ad aiutare il prossimo, a compiere cose che rimangono, che contano nella vita delle persone. Allora quell’invito del cardinal Martini attraverso le parole di Ernesto [Olivero, ndr] è un invito molto, molto importante e don Puglisi era sicuramente uno di essi. Seconda osservazione: don Puglisi era un eroe “Beato il paese che non ha bisogno di eroi” diceva Brecht. E noi non siamo beati, perché abbiamo bisogno di eroi. Allora noi dovremo domandarci: ne abbiamo bisogno? Abbiamo avuto questi eroi semplici. Quanti ce ne sono stati? Peppino Impastato era un eroe semplice e credo che il procuratore Grasso, Livia Pomodoro, Gustavo Zagrebelsky e Vincenzo Consolo poterebbero fare l’elenco di questi eroi. Dirò: è gente che faceva semplicemente il proprio lavoro: Libero Grassi, per esempio, e come lui tanti altri. E qui c’è l’ultima considerazione che voglio fare concludendo, una considerazione sul cinema. Diversamente dal presidente Scalfaro, io sono malato, sono ossessionato dal cinema e però la considero davvero una felicissima ossessione. Questo film di Roberto è una meravigliosa interpretazione di tutti, di Luca e di tutti, perché questo è un film interpretato con un grande livello di intensità, di partecipazione, di coinvolgimento. E’ chiaro che gli attori sapevano che i personaggi interpretati non erano una creazione letteraria, ma erano volto e voce di persone che si incontrano per strada e che in qualche modo li avrebbero giudicati, probabilmente li giudicheranno, salvo don Puglisi. Ma proprio l’aver affrontato con tanta capacità e intensità questo giudizio è a mio avviso la conferma che c’è un sentiero che il cinema italiano e la cultura italiana e la televisione italiana dovrebbero tornare a percorrere e che invece hanno un po’ abbandonato, perché quando esse lo ritrovano, sia in Borsellino, sia in altre circostanze, allora si rivela una domanda fondamentale: noi abbiamo bisogno di ritrovare le nostre radici, il senso della nostra storia, il cammino che abbiamo percorso, sia nel ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, sia in Borsellino, sia nella storia di don Puglisi come ne La meglio gioventù o in altro. Esiste, nel nostro presente, un mondo virtuale come quello de L’isola dei famosi, un mondo che non esiste e che speriamo non esista mai. Ed esiste un modo reale, che è il mondo che abbiamo visto in questo film, il mondo della storia, delle persone che l’hanno costruita, che hanno vissuto e attraversato questo Paese, la cui identità può essere raccontata cinematograficamente grazie a dei buoni film. Questa è la nostra epica: gli americani hanno Troy e quando si occupano della guerra di Troia devono anche cambiare la storia, piegandola alle loro esigenze, perché Omero, diciamo, è uno “sceneggiatore” che può essere affrontato come tanti altri. Noi invece possediamo una nostra propria epica e questa nostra epica sta nel dolore del nostro paese, ma anche nella grandezza di persone come don Puglisi. David Sassoli: Grazie, grazie al Sindaco. So che lei dovrà lasciarci per impegni di amministrazione, così si dice. Dottor Grasso, beh, insomma, l’ultima volta che lei è andato sui giornali, e parlo di pochi giorni fa, è per un motivo un po’ simile, diciamo, alla storia che abbiamo visto. Anche lei è stato indicato di recente come un obiettivo della mafia, qualcuno, insomma, le voleva fare del male. Lei ha detto che questo è normale, non la impensierisce, non la preoccupa, lo considera normale, tanto normale però non dev’essere. Tanto normale non dev’essere la città, il luogo dove lei amministra la giustizia o cerca di amministrare la giustizia. Cittadini di Roma, di Firenze, di Arezzo, di Bologna, di Trieste possono stare tranquilli che dalle sue parti tutti stanno facendo il loro dovere? Pietro Grasso: Grazie per avermi coinvolto in questa visione pubblica del film. Io devo ringraziare innanzitutto tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione, dalla produzione, agli interpreti, al regista e tutti quanti, perché questo film è effettivamente un contributo alla comprensione di quello che è l’universo mafia, il complesso fenomeno della mafia, che non è facile capire se non si vive. Questo film devo dire che coglie alcuni aspetti assolutamente importanti, interessanti e stigmatizza effettivamente il fenomeno. Poi vi devo ringraziare per essere riusciti a dar corpo, voce, espressione alla figura di questo prete-coraggio, alla sua concreta azione sacerdotale, provocandone, a mio avviso, una metaforica resurrezione, una rinascita di quello che rappresenta per noi, per i siciliani, per i palermitani questa vicenda. E il racconto appassionato di tanti episodi raggiunge una rara efficacia perché io che conosco l’ambiente, mi riconosco e riconosco il contesto in cui… ecco perché sono stato proprio favorevolmente colpito è dir poco. Si è riusciti a ricostruire con realismo, purtroppo crudo, ma perché cruda è la realtà, il luogo, il contesto ambientale e sociale, la storia di padre Puglisi, ma soprattutto il quartiere di Brancaccio e i suoi bambini. Quei bambini sono dei bambini che esistono veramente, non è una fiction come siamo abituati oggi a vederle realizzate. Padre Puglisi non era un prete antimafia di quelli che ogni giorno fanno sentire la loro voce alta contro la mafia. Egli era espressione di un’altra chiesa, ignorata forse dalla stampa nel suo momento, nel suo periodo, una chiesa discreta, silenziosa, ispirata a una concezione prettamente pastorale ed evangelica della funzione. Oggi però possiamo affermare, e così il film lo conferma, che padre Puglisi è morto proprio a causa di questo suo impegno evangelico, sociale, pastorale, a causa proprio del traumatico contatto con il quartiere di Brancaccio, con la sua realtà fatta di miseria, di dolore, di morte, di violenza, con le condizioni di sudditanza, di omertà in cui i residenti sono costretti, ahimè ancora oggi, a vivere a Brancaccio, che è una zona industriale, ma ha ben poco delle zone industriali del nord, ma anche quartiere dormitorio dove per i ragazzi l’unica maestra di vita è la strada e le abbiamo viste queste cose. Come per esempio una strada che è famosa, la via Conte Federico di Brancaccio, perché ha raccolto il maggior numero di morti ammazzati quando c’è stata la guerra di mafia e le lapidi di quella strada sono la pavimentazione della strada. Intere famiglie sono abbandonate a se stesse, senza servizi, senza strutture sociali, senza centri di assistenza, senza un po’ di verde dove giocare a pallone, dove spaziare. Il quartiere di Brancaccio era e purtroppo è una frontiera scomoda per tutti, un territorio da perdere, da lasciare al potere incontrastato dei criminali e dei mafiosi perché guai ad opporsi a loro. Ecco perché il quartiere di Brancaccio richiedeva una vera e propria missione come certe parti dell’Africa o dell’America Latina, ma una missione ancora più pericolosa perché qualsiasi aiuto non è gradito, anzi è apertamente osteggiato, mentre non credo che le popolazioni delle missioni africane accolgano in quel modo chi vuole dare loro aiuto. Quindi è ancora più difficile. E don Puglisi sapeva tutto questo e la sua parrocchia di San Gaetano era la sua missione pastorale. Una volta tanto grazie anche ai collaboratori di giustizia oggi vilipesi, delegittimati, dileggiati, qualificati come dei giuda prezzolati, la verità almeno è stata ricostruita, diciamo che ha trionfato. La chiesa di Brancaccio, la semplicità disarmante di don Puglisi erano una spina nel fianco della mafia di quel quartiere che vedeva compromesso il suo primato. Vi sono assassini che uccidendo un uomo uccidono un pensiero, una speranza, un modo di essere, l’idea stessa di umanità che essi incarnano, come è avvenuto in altri tempi per ammazzare il messaggio dei miti della terra come Gandhi, Martin Luter King, l’arcivescovo Oscar Romero, ucciso sull’altare dai militari in un Salvador dilaniato dalla guerra civile. Ma nel nostro caso, secondo me, ed è qualcosa di inedito che voglio dire anche rispetto al film, c’è qualcosa di più. Il motivo dell’uccisione di don Puglisi, secondo me, doveva essere qualcosa di più concreto oltre al fatto che era un rompiscatole e in maniera visibile. L’ipotesi si può ricostruire in relazione alle dichiarazioni di un altro collaboratore che all’epoca dei fatti era detenuto, quindi non sapeva i particolari. Però sapeva una cosa: che un medico insospettabile che viveva a Brancaccio era stato incaricato di seguire le mosse di don Puglisi e di vedere cosa ruotasse intorno a quel centro di accoglienza Padre Nostro promosso da don Pino nella via Conte Federico. Quindi la situazione di quel centro era di massima importanza per Cosa Nostra, al di là di quelle che erano le attività, al di là di quella che era appunto l’opera pastorale, evangelica di don Puglisi. Perché? Perché quel centro era situato in un crocevia strategico del quartiere di Brancaccio, a pochi passi dalle abitazioni di molti esponenti, dei capi mafia allora latitanti dell’organizzazione, dei capi indiscussi della famiglia di Brancaccio che allora erano latitanti, ma pare che di tanto in tanto potessero anche tornare a casa. Erano latitanti, ricercati per le stragi che erano avvenute nel continente, quelle di Firenze, dei Georgofili, di Roma, di Milano. Tant’è che poi furono arrestati nel gennaio del ‘94 a Milano. E quindi qual era la paura di Cosa Nostra? Che in questo centro di accoglienza Padre Nostro, dove c’era un continuo andirivieni di persone assolutamente non controllabili, padre Puglisi potesse nascondere investigatori o giovani agenti di polizia proprio in un momento in cui le stragi, le bombe esplose in tutta Italia facevano intensificare le ricerche dei sospetti per crimini orrendi. Povero don Pino... Questo sospetto non era vero. Nessuna traccia, anche minima delle indagini ha mai confermato quest’attività da parte del prete di frontiera. Mai don Pino diede aiuto alla polizia, gli armadi del suo centro di accoglienza erano pieni di medicinali, di pasta, di vestiti, di giocattoli, di ogni altro bene che serviva per la gente, che li curava, quella gente disperata che non aveva nulla. Ma il centro di accoglienza doveva cessare di esistere perché bisognava eliminare alla radice il pericolo potenziale connesso alla latitanza dei capi mafiosi. E in effetti la scelta criminale fu graduata, perché dopo l’uccisione di padre Puglisi il Centro padre Nostro venne chiuso, il Comitato Intercondominiale di via Hazon non sollevò più… non venne più sulle pagine dei giornali e quindi secondo me c’è quest’ulteriore elemento nella ricostruzione della vicenda. Quindi la verità, secondo me, appare certamente accertata, verificata, costruita, riscontrata, ma basta per dire che si è fatta giustizia? Io penso che la giustizia debba essere un fatto corale, non può essere un fatto di ricostruzione. La giustizia è un fatto di partecipazione, dovrebbe essere innanzitutto una partecipazione da parte di tutti coloro che come istituzioni hanno il dovere morale e giuridico di risolvere questi problemi sociali, economici. Da parte di tutti la mafia di Brancaccio certamente è condannata, ma il Centro Padre Nostro funziona oggi? E’ questo il punto: io ho parlato con padre Golesano che è il successore di padre Puglisi e mi ha detto che mi voleva fare una lettera aperta per cercare di avere un appoggio a questa sua attività attuale. Pensate: c’è a Brancaccio un campo di calcetto che viene distrutto regolarmente e nel quale invece padre Golesano, così come aveva fatto padre Puglisi, vorrebbe riportare i ragazzi del quartiere per farli giocare a calcetto. Be’, ogni volta vanno a ripararlo e dopo lo vanno a distruggere, divelgono i lavandini, le docce, distruggono la recinzione. E non si capisce, continua a non capirsi perché. E forse sempre la spiegazione è perché quel campo è in un altro punto strategico che serve ai rapinatori per sfuggire alle ricerche della polizia, che è un passaggio obbligato per le attività delinquenziali di quella zona. E ancora oggi gli scantinati di Via Hazon, sì, finalmente dopo tre anni da quando si è iniziata la pratica, sono nella proprietà del Comune, sono stati requisiti, però ancora oggi nessuno dei progetti di fare centri di accoglienza o altro è stato realizzato e aspettiamo ancora l’intervento del Comune e delle istituzioni per cercare di trasformare quei ripostigli di rifiuti, di immondizia, dove si vanno a bucare i tossicodipendenti per trasformarli in qualcosa che sia utile per tutta quanta la comunità. David Sassoli: Procuratore, io le devo dire una cosa. Che se io alla fine del film avevo un macigno sulla testa, sulle spalle, che ha provocato un po’ di oppressione, molti si sono commossi anche guardando, riguardando questa storia così particolare... Beh, insomma, lei non è che questo macigno me lo toglie. Lei mi sta dicendo che quella fotografia di Palermo è ancora quella, che non è in bianco e nero, è a colori ed è esattamente quello che c’è. E’ così? Pietro Grasso: Purtroppo il rischio è questo, lo notavo anche per quanto riguarda la fiction su Borsellino, no. Allora, il problema: bisogna cercare di evitare che queste rappresentazioni diventino dei miti staccati dalla realtà. E’ questo il messaggio che dobbiamo far viaggiare. Badate, il mito va bene, gli eroi ci servono, altroché se ci servono, purtroppo ne abbiamo bisogno. Però stiamo attenti, non guardiamoli assolutamente staccati in un momento di rappresentazione e di applauso, ma non applaudiamo soltanto, sbracciamoci e incominciamo a intervenire, perché a Palermo, nei quartieri di Palermo la scelta di vita di vivere da cittadini responsabili ancora oggi è una vera e propria scelta, bisogna saper dire di no a chi ti chiede il compromesso, a chi ti chiede la collusione, a chi ti chiede quantomeno l’indifferenza. E la scelta, sia esso sacerdote o magistrato e avvocato, commerciante o semplice cittadino, è che sarà chiamato a scegliere prima o poi tra stare da una parte o stare dall’altra. E allora questo è secondo me ancora oggi il problema e diciamo che don Puglisi è una figura simbolo, il cui esempio è importante per la Sicilia e dimostra sicuramente come in Sicilia non solo i magistrati, ma i bambini e i preti possono morire per il solo fatto di fare il proprio dovere. Questa è una cosa drammatica e però che strana città è questa Palermo dove a essere normali si corre la possibilità di finire assassinati e poi quasi beatificati come don Puglisi. Grazie. David Sassoli: Presidente Zagrebelsky, lei è stato presidente della Corte Costituzionale e ha scritto un libro con il Cardinal Martini proprio sui temi della giustizia, i temi alti della giustizia. L'impressione, in questo momento, è però che il dibattito sulla giustizia non tocchi l'aspetto della sicurezza dei cittadini. In altri termini: quando si discute di giustizia si pensa a come mettere in moto meccanismi idonei ad evitare quello che abbiamo appena visto nel film, a produrre legalità. Nella discussione sembra invece non entrare il problema della sicurezza dei cittadini. Condivide questa sensazione? Gustavo Zagrebelsky: Invoco anch’io il diritto a cui si è appellato il Presidente Scalfaro. Non si può chiedere, dopo aver visto un film di questo genere, di non dire qualche cosa sulle emozioni che sono state provocate. E' la seconda volta in poco tempo che assisto alla sua proiezione: la prima è stata qualche tempo fa con mia moglie e mia figlia, sul televisore di casa. Devo dire che l’impressione che mi ha fatto questa mattina è completamente diversa. Mi ha prodotto un'emozione che la visione precedente non mi aveva dato, tanto che mi ero stupito che mia figlia, alla fine, avesse il volto inondato di lacrime. E credo che molti dei presenti che non hanno la capacità del presidente Scalfaro di piangere dentro... E’ un film che solleva emozioni: questo è un punto su cui vorrei richiamare per un istante la vostra attenzione. Io ho passato la vita a occuparmi di teoria e sono, come forse la gran parte dei presenti, figlio di un’epoca in cui le emozioni si sono considerate un prodotto spurio della nostra persona. Ciò che non è ragione è per sua natura squalificato, quasi come se tutto ciò che riguardi l’emozione sia irrazionale o anti-razionale. Non sono invece le emozioni un modo per cogliere la verità della realtà, un altro strumento rispetto alla ragione, ma altrettanto importante e forse perfino più importante? Le emozioni non mentono, i ragionamenti molto spesso mentono. E anche in questo film abbiamo avuto la riprova: perfino la mafia, perfino i delitti di mafia, perfino il sistema sociale instaurato dalla mafia può essere razionalizzato. Lo dice il padre di quella bellissima figura che è Domenico, il ragazzo che si suicida con il motorino. Dice, appunto, il padre: “Se non ci fosse la mafia, non avresti il motorino”. Se volete, questa è una piccola teorizzazione, ma può essere sviluppata, come spesso ci è toccato sentire dire, nel senso che la mafia è invincibile, la mafia esprime comunque un ordine, la mafia ha una sua tradizione, perfino una sua cultura. E dunque è più ragionevole, per esempio per il ceto politico, anziché affrontarla frontalmente, trovare i mezzi per convivere con profitto per tutti. Questa non è indifferenza, questa è una teoria politica. Dicevo: io ho dedicato la mia vita a studiare teorie e vi posso assicurare che con le teorie si giustifica tutto, compresa la mafia. "Alla luce del sole" non è un film di teoria sulla mafia, non è un film di sociologia mafiosa. E’ un film che ci mette di fronte a dei forti aut aut di tipo emotivo e, per fortuna, le emozioni non mentono, sempre che si educhino anche le emozioni. Non c’è nessun paese al mondo che possa sopravvivere se non c’è un comune e sano tessuto emozionale che tiene insieme i cittadini. Se lo stesso evento ad alcuni pare un atto di eroismo e ad altri pare una follia insensata (mi riferisco al tema del film), vuol dire che non c’è un tessuto emotivo che ci tiene insieme. Noi abbiamo da ricostruire tante cose nel nostro Paese, e prima ancora di metterci d’accordo sui programmi politici dobbiamo ricostruire un tessuto di convivenza profondo che ha a che vedere con le emozioni. C’è tanto lavoro da fare in questo senso. Lei mi ha fatto una domanda sulla legalità. Credo di essere stato invitato qui per l’appunto perché per tanti anni mi sono occupato di legge, leggi e legalità. Me ne sono occupato per la gran parte della mia vita dietro agli scaffali delle biblioteche, poi, per un atto di imprudenza del presidente Scalfaro, ho dovuto occuparmene in una vesta pubblica. La legalità… Me ne sono occupato non solo alla Corte Costituzionale. Prima di arrivare alla Corte Costituzionale ero un frequentatore abituale delle aule scolastiche. Le ho frequentate per parlare di legalità. Educazione alla legalità, Progetto legalità, legalità. Non è facile… Non è facile perché sembra spesso di parlare di cose false. E in queste conversazioni mi è venuto in mente – scusate questo piccolo riferimento letterario ma sono un professore e la tentazione è forte - il dialogo socratico dal titolo Gorgia, dove Socrate, affrontando un sofista, Gorgia per l’appunto, ci induce a porci questa domanda fondamentale: “Cosa sono le leggi? Le leggi sono fatte dai giusti per impedire agli ingiusti di compiere malefatte o viceversa: sono fatte dagli ingiusti per contenere, per accantonare, per reprimere o per proteggere se medesimi?” [lo interrompe un applauso, ndr] Mi permetto di riproporvi questa domanda perché rispecchia un’esperienza. E’ difficile oggi parlare di legalità, perché la legalità vuol dire adesione alla legge. Ma quale legge? Se viviamo in un contesto così dissociato - lo dicevo prima parlando di emozioni, ma si può ripetere per quel che riguarda la legalità - non è poi così sorprendente che, parlandone con i ragazzi delle scuole, ci si trovi a dover rispondere a domande come queste: “Ma quale legge? Lei, professore, che idea ha della legge? Vede i giornali, vede come viene utilizzato il potere di fare le leggi? E allora l’elogio della legalità qualche volta può forse cedere, dovrebbe forse cedere all’elogio della disobbedienza”. Parlo in quanto giurista: forse nei nove anni alla Corte Costituzionale avremmo dovuto fare qualche cosa in più per cercare di ricostruire una comunità anche attorno all’idea della legalità. E invece la comunità è divisa: purtroppo è gravissimo dire questo, perché una parte della nostra popolazione ritiene che l’obbedienza alla legge sia un fatto socialmente negativo; che le persone più dotate di energie o di iniziativa possano legittimamente aggirare, se non violare, la legge; altri ritengono che le leggi debbano essere fatte non nell’interesse della comunità, ma per interessi particolari. Tutto ciò provoca a sua volta reazioni da parte di coloro che hanno invece un’idea della legge - la legge uguale per tutti - completamente diversa dall’uso che se ne fa, e che se ne è fatto negli ultimi tempi. Dunque, alla domanda che lei mi ha fatto sulla legalità rispondo: anche su questo terreno abbiamo molto da lavorare. Non basta appellarsi alla legalità, perché oggi dobbiamo interrogarci a fondo su che cosa è la legge. David Sassoli: Grazie, Presidente. Dottoressa Pomodoro, lei si occupa di minori, insomma... Io però le voglio fare la stessa domanda, guardi, perché voglio avere anche il suo punto di vista: stiamo parlando molto di giustizia e poco di sicurezza, ci occupiamo molto poco di questo tema che in fondo non è una materia scolastica, no, l’educazione alla legalità, non è, come si dice, andiamo a scuola, oggi lezione di educazione alla legalità. E’ diciamo una di quelle questioni che fanno riferimento a tante, a tante cose, a tanti comportamenti, comportamenti che naturalmente vedono, insomma, in primo piano le istituzioni, mettendoci tutto, eh! Non soltanto quelle che sono scritte nella Carta Costituzionale, mettendoci dentro tutti, non tirando fuori nessuno. Ecco, lei ha, diciamo, questa sensazione, che valga molto di più parlare oggi di veline? Livia Pomodoro: L’educazione alla legalità, non è materia scolastica, e d’altra parte il problema è ben più profondo, se si pensa che, come ha già sottolineato Gustavo Zagrebelsky, è in crisi l’idea stessa di legalità. Peraltro si sono amplificate le insicurezze dei cittadini, come essi ci dimostrano ogni giorno con i loro comportamenti e con le richieste di attenzione sul punto. Questo sentimento che tutti sentiamo molto forte in noi è legato ancora e anche alla difficoltà, come dire, di decrittare un mondo difficile, complesso, secondo schemi o secondo criteri che non vorremmo mai siano quelli della violenza e della sopraffazione, né quelli della faziosità e del pregiudizio, sentimenti questi ultimi che purtroppo albergano in tanti. E’ un problema questo sul quale dobbiamo interrogarci molto a lungo e in profondità, forse da oggi in poi, visto che l’abbiamo richiamato quest’oggi; ed è un problema soprattutto che ci impone di interrogarci collettivamente con franchezza. Ci impone di dirci che tutti questi anni che sono passati dai sacrifici di tanti dei nostri amici, compagni di strada che, come noi, hanno creduto nel primato della legalità sulla sopraffazione e sulla violenza, oggi ci riportano un quadro di una società sempre più crudele, violenta e volgare. Peraltro l’altra faccia della medaglia è il ricordo, anche un po’ stanco e di maniera, di comportamenti eroici, senza che ciò si sia trasformato in corpo e sostanza del modo di essere di tutti noi. Chi come noi lavora nelle scuole, con i giovani, ha il dovere di capire che cosa significa la trasformazione sociale della nostra società e in che cosa siamo stati e siamo inadeguati alla trasmissione di un sogno di progetto civile. Non possiamo negare innanzi tutto che ci è mancata la capacità di trasmettere puntando sulle emozioni, prima fra tutte l’indignazione, ai nostri giovani e ai nostri ragazzi la memoria di quanto sia stato infelice questo nostro Paese e la lezione che le persone come don Puglisi con il loro sacrificio hanno cercato di farci apprendere: è innegabile che ci manca la capacità di dire forte che questo Paese è ancora assai infelice ma che quella lezione non può essere dispersa o dimenticata, se vogliamo ancora dirci società civile. Purtroppo ci muoviamo in un deserto di pensiero, in un deserto culturale che ci accomuna tutti. Continuo a dire che siamo passati, nonostante i ritardi e i ritorni al passato, da una società assistita ad una società adulta, ma questa società adulta è piena di vizi, è piena di difetti, è piena di cosiddette Isole dei famosi, e di veline. E’ molto difficile in questo contesto allora condurre i giovani su percorsi virtuosi, o invitarli a percorsi virtuosi quando fa premio, invece, l’essere protagonisti in senso negativo. E’ davvero molto faticoso fare in solitudine un percorso “buono”, che esigerebbe invece tanti compagni di viaggio entusiasti e convinti. E’ grandissima, assoluta, quasi totale, la solitudine di chi vorrebbe un Paese diverso, di chi vorrebbe un Paese laborioso e sereno, soprattutto non sopraffatto dalla violenza e dai furbi, da coloro che fanno strame delle regole fondamentali del vivere civile. Un progetto così semplice e al tempo stesso così ambizioso non può essere di pochi, deve appartenere come prezioso viatico, a tutti i cittadini. Anch’io, quando vado nelle scuole e parlo con i ragazzi, ho l’impressione che loro siano, come dice Veltroni, la parte migliore della nostra società. Ma quanto possiamo inquinarla, e quanto rapidamente questa parte migliore viene inquinata, perché vive in una società inquinata? Badate che lo smog non fa differenze come non fa differenze la violenza nel suo dispiegarsi quotidiano. E’ noto che la gente, in recenti sondaggi relativi alla sicurezza nel vivere quotidiano, ha indicato come problema di prima insicurezza dell’individuo lo smog, e solo come secondo la criminalità e la violenza. E’ questo un dato estremamente interessante sul modo di percepire il proprio vissuto nella nostra società. Come possiamo pensare che possa bastare soltanto l’impegno di quei pochi, o tanti, che vanno ad incontrare le nuove generazioni, che parlano con loro, che cercano di sforzarsi di mantener viva la memoria del sacrificio di chi ha voluto una società diversa, per ottenere il risultato del cambiamento a cui aspiriamo? Io mi domando sempre perché i ragazzi debbano continuare a credere in ciò che diciamo, visto che poi, in fondo, non proponiamo loro di essere protagonisti di qualche Grande Fratello, né sappiamo loro spiegare che per essere protagonisti della propria storia di vita, quella del delitto e dell’apparire ad ogni costo è solo una pericolosa scorciatoia. Tutti hanno ormai un’idea sbagliata del protagonismo: è quella che vogliono far credere i poteri criminali che invece strumentalizzano i giovani e li inducono a ritenere che solo il progetto del delitto paghi. Anch’io mi sono commossa vedendo questo straordinario film ma ciò che ha avuto un effetto quasi straziante su di me è stata l’indifferenza e, peggio, la contentezza di taluno rispetto alle stragi drammatiche di Falcone e di Borsellino, l’ancora più intollerabile “distrazione” di chi passava dinanzi al cadavere del prete appena ucciso nella desolata normalità di una città e di un quartiere interessato solo ai gol e alla partita! Piero Grasso ed io lavoravamo al Ministero della Giustizia quando sono stati ammazzati prima Falcone e poi Borsellino e le loro scorte. Abbiamo vissuto tempi molto duri e conosciamo l’angoscia della solitudine e della incomprensione, pur nel clamore delle commemorazioni e dei dibattiti o dei proclami più o meno ufficiali. Per chiudere voglio però ricordare quanto anche noi possiamo essere fuorviati nelle nostre valutazioni rispetto alla complessità delle questioni che questo film oggi ripropone alla nostra riflessione. Un giorno ho incontrato in aereo Nando Dalla Chiesa e Nando mi ha raccontato di un fatto straordinario avvenuto nel quartiere Brancaccio: un gruppo di ragazzi era andato a studiare in Svizzera e certamente per loro sarebbe stato un impegno di conoscenza di un mondo diverso e migliore, di cui avrebbero fatto tesoro e testimonianza nel tornare poi a vivere appunto con nuovi e diversi parametri di socialità nel loro ambiente d’origine. Ripensando a quell’esperienza e riparlandone con gli amici che l’avevano fortemente voluta mi ero permessa di esprimere la mia perplessità. Ritenevo che non fosse quello il metodo da seguire perché sappiamo benissimo che non si può andare a vivere in un ambiente completamente diverso e poi non riportare l’impressione che ci è estraneo l’ambiente nel quale vissuti, abbandonandolo definitivamente al suo degrado. Tutto sbagliato, avevo fatto una valutazione non esatta: lo dimostra padre Puglisi che era tornato a Palemo, a Brancaccio, nel suo quartiere Brancaccio, dopo essere stato a fare un’esperienza romana, perché amava la sua terra e là voleva che vincesse la legalità e il rispetto. Ho ritrovato nelle parole di padre Golesano, in un’intervista che ha fatto qualche tempo fa, la chiave di lettura giusta di quell’esperienza: “C’è la Svizzera che è arrivata a Brancaccio, o, per meglio dire, Brancaccio è arrivato in Svizzera. Tredici ragazzini fra i 14 e i 16 anni sono stati inviati nel dicembre del ’98 a frequentare la scuola media” racconta padre Golesano e aggiunge che quei ragazzi sono tornati a casa nel 2000, dopo aver fatto laggiù la scuola media e adesso qualcuno lavora, qualcun altro è in cerca di lavoro. Aggiunge il prete, nella sua intervista, che uno di questi ragazzi a chi gli chiede che cosa ha imparato in Svizzera dice: “Ho imparato a non essere come gli altri”. E allora qualcuno lo corregge: “Hai imparato ad essere come gli altri”. E lui risponde: “No, ha capito male. A Brancaccio dobbiamo essere educati a non essere come gli altri.” Questa è una lezione vera e, state certi, non la dimenticherò. Facciamo dunque tutti la nostra parte, forse è solo questo che ci viene chiesto. David Sassoli: Grazie, dottoressa Pomodoro. Luigi La Spina, editorialista de “La Stampa”, è un giornalista molto esperto. Sono un po’ invidioso perché mi piacerebbe stare dalla parte tua adesso, perché penso che sia un compito nostro, quello di chiedere alla politica, alle istituzioni, rendiconti. Be’, però poi ci siamo anche noi, che magari dedichiamo molto spazio a... non so... alle sciocchezze delle Lecciso, invece magari, a Brancaccio non ci torniamo, o ci fa fatica oppure non troviamo giusto mettere la nostra curiosità per raccontare questi pezzi drammatici del nostro Paese. Luigi La Spina: No, guarda, ti sbagli proprio. In realtà per me è invece molto imbarazzante stare da questa parte del tavolo, non solo perché, come giornalista sono abituato a fare le domande e non a dare risposte. Mi sto chiedendo davvero a che titolo io sia qui oggi. Abbiamo visto un film che ha colpito tutti noi, con grande forza. Abbiamo sentito alcuni protagonisti della nostra politica, alcune persone impegnate in prima linea nella lotta contro la criminalità, come il procuratore Grasso o come la Dottoressa Pomodoro. Persone come il professor Gustavo Zagrebelsky che per tutta la vita ha studiato il diritto e poi lo ha interpretato in una delle istituzioni più importanti della nostra Repubblica, la Corte costituzionale. Mi chiedo davvero che cosa possa dire di più. L’unica cosa che posso fare è quella di partire dalla mia specifica esperienza di giornalista, per quanto limitata possa essere, e da questa trarre qualche considerazione che spero sarà utile a questa nostra discussione. Partirò da una mia recente esperienza, quella di un’inchiesta nel Sud condotta negli ultimi mesi dello scorso anno e che ha avuto una puntata dedicata proprio al problema della criminalità organizzata. E partirò da un mio pezzo che proprio stamattina compare sulla “Stampa”, il mio giornale, sul tema dei valori degli italiani. Lo so: parlare di valori è un azzardo. Qualcuno, recentemente, ha scritto: “Quando si parla di valori, tiro fuori la pistola”. Io, invece, quando si parla di valori, quella pistola la vorrei tener ben dentro la fondina. In questo sono d’accordo con quanto ha appena detto Veltroni: stiamo parlando troppo poco di valori, ci vergogniamo a parlarne, è molto poco chic farlo. Perché cerco di collegare questo mio articolo sui valori degli italiani alla visione di questo film e al tema di questa discussione? Vedete, anch’io sono rimasto molto colpito dall’inizio del film. Mi chiedevo: “Ma, perché cominciare una storia così tragica, che rievoca fatti gravissimi, come l’attentato a Falcone e a Borsellino, l’assassinio di don Puglisi, con un combattimento tra cani. Insomma, cominciare una storia così, con la descrizione di una vicenda illegale, sì, ma in fondo secondaria, minore?”. Invece credo che quella parte iniziale, all’apparenza su un fatto marginale, colga un nesso fondamentale. E’ l’intreccio fra fatti gravissimi, come quelli ricordati prima, e la violenza ordinaria, la necessità di combattere la violenza in tutti i suoi aspetti, anche quelli meno gravi, come appunto un combattimento tra cani. L’educazione al rispetto della legalità, infatti, è il complemento necessario alla repressione. Quest’ultima affidata alle forze dell’ordine e alla magistratura mentre l’educazione alla legalità è compito di tutti, nessuno escluso. Le due strade per combattere la criminalità organizzata stanno insieme, come ci hanno insegnato tutti coloro che hanno combattuto la mafia, a cominciare proprio da Falcone e Borsellino. Perché i mafiosi ammazzano don Puglisi? Non certo perché sconvolgesse i grandi traffici della mafia, ma per un’azione apparentemente più modesta, quella di educare i ragazzi del quartiere al rispetto della legalità, persino al rispetto delle regole del gioco del calcio. In quell’inchiesta che ho appena concluso nel Sud e alla quale accennavo prima, tra gli altri, mi sono imbattuto in un curioso personaggio che adesso è famoso non per la sua vera professione, ma per il suo hobby, la letteratura. E’ un collega del procuratore Grasso e si chiama Gianenrico Carofiglio, un magistrato della DIA di Bari autore di tre romanzi “gialli” di grande successo. Questo magistrato mi ha raccontato una storia interessante che vi voglio riferire. “A Bari – mi ha detto – la situazione è difficile, ma si può lavorare, si possono ottenere buoni risultati nel contrasto alla criminalità organizzata, senza bisogno di fare gli eroi. Certo, gli eroi costituiscono un grande esempio, ma non è richiesto a tutti di fare gli eroi. Basta fare il proprio mestiere con serietà, cominciando magari dal basso”. Come esempio, mi ha raccontato una vicenda accaduta nella sua città: “Nel centro vecchio di Bari, fino a qualche tempo fa, chi si azzardava ad entrare come turista veniva regolarmente ‘spogliato’. Scippi, rapine di tutti i tipi erano la regola non l’eccezione. Mia moglie, che fa il magistrato a Bari, mi confidava la sua sensazione di impotenza e la sua rabbia: “Non riusciamo a bonificare questa parte della città anche se questi delinquenti, piccoli e meno piccoli, li conosciamo tutti. Non superano il numero di 30, ma, per una ragione o per l’altra, sono sempre liberi di borseggiare, rapinare, terrorizzare il quartiere”. Ad un certo punto – racconta sempre Carofiglio – hanno attuato una strategia nuova: hanno cominciato a seguire, 24 ore su 24, uno di questi delinquenti abituali, uno di quelli con la fedina penale più lunga, e a un certo punto l’hanno colto sul fatto. L’hanno arrestato, processato immediatamente e hanno deciso che costui avrebbe scontato la sua pena interamente, senza sconti di alcun tipo, fino all’ultimo giorno. Hanno fatto capire che questa regola sarebbe valsa per tutti e, dopo 3 o 4 catture e processi immediati, l’effetto è stato immediato: nella città vecchia di Bari si poteva passeggiare tranquillamente, il messaggio era arrivato ben chiaro. Certo, quando si parla di legalità, si parla di una questione complessa. Il professor Zagrebelsky, poco fa, ci ha fatto capire come questa bella parola riveli qualche volta aspetti molto meno nobili. Però il suo intervento ci ha offerto un’altra chiave interessante, quella dell’emozione, dei sentimenti che sono altrettanto importanti della ragione. Io credo che l’emozione, in certi casi, ci aiuti a capire meglio, con più immediatezza, quali leggi siano fatte per tutti e quali solo per qualcuno. Credo che l’educazione alla legalità si possa fare anche attraverso i sentimenti e le emozioni e come questo straordinario film possa darne un esempio importante. Vorrei, infine, appellarmi a tutti, ma in particolar modo a coloro che si professano persone di sinistra, perché si chiarisca un pregiudizio secondo me assai infondato e pericoloso. Vedete, quando parlo di rispetto assoluto della legalità, spesso mi sento apostrofare così: “Il tuo è un discorso conservatore, se non addirittura reazionario. In questo modo si preferisce colpire il piccolo scippatore e si trascura il grande malaffare”. Questo ragionamento finisce per essere un alibi: se vogliamo educare alla legalità come essenziale azione civile nel nostro Paese bisogna incominciare a far sentire come insopportabile anche il più piccolo atto di illegalità. Non si tratta di ipocrisia. Ciò non vuol dire colpire il più piccolo per consentire al grande malaffare di andare avanti. Perché il grande malaffare va avanti solo in un clima in cui è tollerato il piccolo malaffare. Si possono fare insieme le due cose. Si può, anzi si deve, lottare con la repressione contro la grande criminalità organizzata e i suoi complici nelle alte sfere della nostra società e contemporaneamente educare al rispetto della regola, della norma, al rifiuto assoluto della violenza. Non si tratta di “benaltrismo”. Sapete certo cosa si vuol intendere con questa parola. Vuol dire la litania che di solito ci si sente ripetere di fronte a questo discorso: “Ah, ben altri sono i veri problemi… ci sono le complicità, in alto, di politici e amministratori”. Certo, lo sappiamo benissimo. Ma il significato del film che abbiamo appena visto ci ricorda che bisogna cominciare dal basso e dai più giovani, nelle scuole e non si deve affidare questo compito agli altri, sempre agli altri. Cominciamo noi, nel nostro piccolo, a fare le nostre piccole battaglie in difesa della legalità, magari di quella piccola. Per esempio, cominciamo a rifiutare la raccomandazione, a rifiutare di farci raccomandare per pretendere il rispetto del criterio del merito e dell’impegno, l’unica selezione accettabile, anche perché le altre sono peggio. A non voler scavalcare gli altri con altri mezzi e a farlo non solo a Brancaccio, ma a Roma, Torino, Milano. Per arrivare, piano piano, a convincerci e a convincere tutti di una regola fondamentale: la legalità deve diventare più conveniente, più utile, più facile dell’illegalità. A quel punto, non ci servirebbero più eroi, come don Puglisi. David Sassoli: Grazie, Luigi La Spina. C’era una persona che ha alzato la mano, però un attimo solo. Saluto l’on. Lumia della Commissione Antimafia e… Vincenzo Consolo. Mah, ho questa sensazione, non so, mi dica anche lei, vorrei che lei ci desse un messaggio di speranza. Leggendola assiduamente, io so che sarà possibile e lo sa perché sarà possibile? Perché lei le storie come quella che abbiamo visto nel film, ma come tante altre storie che noi conosciamo… insomma, sì, sono cose dure, che conosciamo bene, personaggi che abbiamo apprezzato. Poi però qual è la grandezza di questo film? Nella scena finale. Noi a quel bambino gli dobbiamo qualcosa. Lei sente di dover dare qualcosa a quel bambino? E allora credo che se uno parte da lì, probabilmente un messaggio di speranza riesce a darlo. E’ d’accordo? Vincenzo Consolo: Sì, dobbiamo qualcosa a quel bambino, a tutti i bambini di Brancaccio, della Sicilia, della Campania, di tutta Italia. Questo è un Paese dove si è sempre creduto che le leggi si possano eludere, dove prevale la furbizia piuttosto che la lealtà e l’onestà, piuttosto che il rispetto delle leggi, vale a dire il rispetto del vivere civile. Ho chiamato questo nostro Paese “materno confessionale d’assolvenza”, e oggi più che mai il nostro Parlamento vara leggi d’assolvenza a favore dei ricchi e dei potenti, e contro gli ultimi, i poveracci, i diseredati. In questo contesto allora il magistrato, il giudice che applica le leggi, com’è suo dovere, non è visto come un giudice, ma come un giustiziere. Come giustiziere è stato visto anche dai mafiosi don Puglisi, poiché educava i bambini di Brancaccio alla legalità, al vivere civile. La figura del giustiziere che viene dalla letteratura, anche alta, da Dumas a Hugo, e che approda in Sicilia con I Beati Paoli, rappresenta colui che fa giustizia al di fuori delle leggi. E’ quindi una figura opposta a quella del giudice che applica le leggi di uno stato democratico. E dunque, in un contesto come quello italiano, in cui i cittadini cercano di non rispettare le leggi, di delinquere, il giudice è visto come un giustiziere, come una persona insopportabile, da escludere, da uccidere. Come è successo tante volte, lo sappiamo, in Sicilia e anche altrove. Sì, come scrittore, devo dare speranza. E la dò, credo, la speranza, come gli altri, con la scrittura. Il grande critico letterario russo Michail Bachtin, affermava che il romanzo critico nei confronti del contesto storicosociale, è romanzo utopico: vale a dire che esso, narrando il male sociale, fa immaginare il bene, indica la società ideale. Il Presidente Scalfaro ha detto che di fronte all’omicidio di don Puglisi non si può tirare fuori: che si sente in qualche modo responsabile nel non aver saputo o potuto evitare quel delitto. Io credo che nessuno di noi, nessuno come cittadino o nel proprio ruolo pubblico, di politico, di scrittore, di giornalista, di sacerdote possa tirarsi fuori. Perché quella di don Puglisi è – parafrasando un titolo di Garcia Marquez – la cronaca di un delitto annunciato. Ho visto, leggendo la storia di don Puglisi, vedendo questo film che mi ha commosso, come ha commosso tutti noi, ho visto che quel generoso e coraggioso prete di Brancaccio è stato lasciato solo, solo tra le belve di quel quartiere, fra i mafiosi e i killer. Era un uomo, don Puglisi, che ha lottato contro la bestialità e il rischio del processo di animalizzazione a cui andavano incontro i bambini del quartiere, l’ultimo dei gironi dell’inferno di Palermo. Questo dice a voce alta don Puglisi: “I mafiosi non sono uomini, sono bestie”. E la prima sequenza del film, quella dei cani, della lotta dei cani feroci organizzata dai mafiosi per le scommesse clandestine, è la metafora di quella bestialità, segno di quello a cui possono andare incontro quei ragazzetti, incontro a un futuro di non uomini, di mafiosi, di killer. E sentiva, don Puglisi, prima di quello religioso, il dovere civile. C’è un piccolo episodio rivelatore nella sua storia. Gli dicono: “Guarda che quel bambino non è battezzato”. E lui risponde: “Non è importante. Prima viene altro. La parte spirituale viene dopo”. Cresciuto a Brancaccio, aveva sperimentato che molti suoi compagni d’infanzia, pur battezzati, pur esteriormente religiosi, pur devoti a Santi e Madonne, erano diventati dei mafiosi. L’eroismo di don Puglisi, è come quello di tanti preti che hanno partecipato alla Resistenza, che sono morti nella guerra contro il nazi-fascismo. Il Procuratore Grasso ricordava l’arcivescovo Oscar Romero di San Salvador che è stato ucciso in chiesa sull’altare, come Tommaso Becket nella cattedrale di Canterbury, immortalato da Eliot col dramma Assassinio nella cattedrale. Tanti preti hanno sacrificato la vita per il loro impegno civile e religioso. Ma ci sono stati dei preti e alti prelati latitanti, assenti in momenti cruciali della storia. Penso a tanti preti compromessi con la mafia, penso al parroco di Villalba, fratello compiacente e connivente del capo mafia Calogero Vizzini. Penso al cardinale Ernesto Ruffini, che non aprì bocca, non pronunciò alcuna condanna nei confronti dei mafiosi che avevano comandato al bandito Giuliano la strage di Portella della Ginestra nel 1947. E don Primo Mazzolari scrisse che quei poveri morti erano stati compianti solo da una parte. Silenzio del Cardinale che si ripete ostinato ancora dopo la strage di Ciaculli, la contrada che sovrasta Brancaccio, in cui nel 1963 sono stati uccisi, a causa dell’esplosione di un’auto-bomba, sette tra carabinieri, soldati e artificieri. In silenzio non era stato invece, in quell’occasione, il pastore valdese di Palermo, Pier Valdo Paniscìa, il quale firma e fa affiggere dappertutto un manifesto contro i mafiosi assassini e invita i palermitani alla ribellione civile. E quando Giovanni Paolo II, nel 1993, nella Valle dei Templi di Agrigento, a voce chiara,condanna, lancia una invettiva contro i mafiosi, don Puglisi esclama “Era ora!”. “Era ora!” riecheggia per ognuno di noi nel momento in cui prendiamo coscienza e diciamo o facciamo qualcosa per combattere la mafia, le mafie di ogni luogo e di ogni più diversa violenza. “Era ora!” che questo film di Faenza su don Puglisi fosse girato e venisse proiettato nelle sale cinematografiche di questo nostro assopito e immemore Paese. David Sassoli: Grazie, grazie Vincenzo Consolo. Due cose: io direi che questa chiacchierata finisce qui. Certamente questo è un film che si presta ad essere molto discusso, da questo punto di vista. Io mi auguro una cosa: che lo vedano più giornalisti possibili, più magistrati possibili, più poliziotti possibili, più studenti possibili. Penso che se, per esempio, ci fosse una visione di questo film a Montecitorio potrebbe essere una cosa che fa del bene, no? Presidente Scalfaro, anche lei la pensa come me? Oscar Luigi Scalfaro: Mi stavo meravigliando che nell’elenco lei non avesse messo i politici, li davo per persi, poi ho visto che li ha recuperati. Ringrazio per la categoria! David Sassoli:Grazie, grazie a tutti per la pazienza, arrivederci!
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